Torneremo a cose fatte

3 04 2013

L'Aquila (AQ), stemma di Carlo V con aquila bicipite all'ingresso del castello cinquecentesco

 

Noi Aquilani, di bilanci, ne facciamo in continuazione; ma l’Italia, per come la percepisco io, nella migliore delle ipotesi, ci ha “riposizionati” nelle graduatoria delle cronache al livello di periodico aggiornamento. Annuale. Ogni 5-6 di aprile negli ultimi anni si è tornati qua. I primi anni, in forma massiccia, con i camion delle radio e l’immancabile furgoncino Volkswagen metallizzato, col parabolone sul tetto, di SKYTg24. Poi, con presenze via via minori. Quest’anno, magari, avremo un paio di servizi al Tg della sera, con qualche numero snocciolato, per fare un bilancio a quattro anni. Con la sola eccezione di PresaDiretta e Riccardo Iacona, che riescono sempre a raccontarci fuori dalle ricorrenze con un dettaglio ed una preparazione che restano ineguagliate nei media nazionali.

Per noi, l’arte del “bilancio”, materiale ed affettivo, è un continuo e quotidiano esercizio mentale. A volte, mentre state per uscire di casa  per fare due passi e prendere un po’ d’aria (fredda!) le uniche due ipotesi in gioco (centro storico o centro commerciale?) si riducono sempre ed invariabilmente, nonostante tutto, ad una sola. L’unica possibile. Centro storico.

Vi mettete in macchina, vi fermate nel traffico, arrivate in centro e cominciate la rassegna. Ogni volta con spirito differente. Ci sono quelle volte che pensi, mentre stai arrivando, “andiamo a ricontare i sassi”. E quelle volte che  basta una transenna in meno, una demolizione in più o un cantiere minimo in più, a farti pensare che qualcosa si sta, lentissimamente, muovendo. Dai, ce la possiamo fare, andiamo incontro alla bella stagione, i lavori saranno facilitati. Magari, stavolta, qualche affresco si salva. Qualche casa verrà riabitata. Magari un pezzettino di qualche vicolo tornerà vitale.

Ovviamente le deduzioni appena citate variano a seconda dello spirito del momento; possono essere di segno opposto ed ugualmente valide al compimento del successivo transito per la stessa strada, in un’ altra occasione.

Tutto ciò avviene in una cornice decadente, come potrete ben immaginare, ma comunque più o meno sempre popolata.

E’ talmente forte il desiderio di vivere un entro storico con l’abitudine che prima tutti noi avevamo, mai abituati a fare vita di quartiere e tantomeno di periferia, che ogni volta che ci si reca in centro, si incontra sempre qualcuno. Purtroppo, sono incontri di stile differente da una volta. Se un tempo, anche nelle ore più tarde, bastavano poche persone lungo il Corso principale a fare un gran vociare di vita, oggi anche con un numero maggiore di persone in circolazione il silenzio regna. Si entra in città chiacchierando, e subentra involontariamente dopo pochi metri, il silenzio. Tutt’al più si parla a voce bassa. Si passeggia come quando si è al cimitero; il chiasso non sta bene. Può sembrare un paragone eccessivo, ma provate a farci caso, se passerete per sbaglio di quì. Non noterete significative differenze.

Ad aprile, poi, la città trasuda lutto in ogni angolo. Spontaneamente. Tornano gli stendardi della processione del venerdì Santo, gli stessi che nel 2009 furono rimossi a settembre, gli stessi rimasti impigliati in alcuni casi nei puntellamenti messi in fretta dai Vigili del Fuoco di tutta Italia con una bravura da veri maestri d’ascia. Quei manifesti mi inquietano, mi mettono addosso un senso di morte che rifuggo.

Così ci prepariamo anche quest’anno alla fiaccolata della notte tra 5 e 6 aprile. L’anno scorso non andai per la prima volta. Quest’anno non so. Certo, la città sarà piena di una folla silenziosa e composta. In quella notte potrei sentirla vicina, la mia gente. Dimenticherei che anche tra loro c’è una moltitudine di aquilani che ancora pensano che se oggi ci fossero ancora Bertolaso & Berlusconi al loro posto le cose sarebbero andate diversamente.Quelli che se avessero reagito con noi all’inizio allora sì che forse qualcosa sarebbe andato diversamente. E quelli ( forse gli stessi?) che hanno affittato i loro alloggi del progetto CASE, quelli che li hanno occupati pur abitando nella casa al mare. Quelli che in centro non li incontri mai, che le vetrine della città le hanno sostituite con quelle del centro commerciale e per loro non fa differenza. Anzi, forse è pure meglio, perché non paghi il parcheggio e pure se piove non ti bagni, e tutto è a portata di mano, e in fondo i negozi sono quasi gli stessi, non è cambiato granché.

Quelli lì, possono aspettare anche una vita, so che non gli peserebbe.

Quelli come me dopo quattro anni sono stati fiaccati, la protesta per le strade non gli va più perché anche quella li ha delusi. E quando facciamo due passi in centro almeno una volta la settimana, e ci sembra tutto fermo o troppo lento per i tempi di una vita normale di un uomo, ci viene la tentazione di andare. Con la promessa che torneremo. Ma tra quindici anni, magari. E comunque solo a cose fatte.

Buon anniversario.

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TEMPO PER L’AQUILA

27 08 2011

Sono mesi che qui non si scrive nulla di nuovo. E non voglio mentire, preannunciando un risveglio che non ci sarà. Probabilmente, non più. Esiste una sola vera ragione di questa assenza e di questo silenzio: non affronto più a viso aperto le durezze di una vita terremotata. Sento la necessità di conservare le forze, per sopravvivere ad una lunghissima attesa, che inizio a percepire quasi disperata.

Avverto simili ragioni nel silenzio di tanti miei amici di disavventura, che pure come me nei primi mesi dopo il terremoto avevano dato alla luce quotidiane riflessioni e spunti di reazione a ciò che vivevamo, allora, per la prima volta.

Sono trascorsi ormai due anni e mezzo e le energie , seppur non ancora esaurite, vengono automaticamente (?) profuse in sforzi che promettono soddisfazioni più a portata di mano. Studiare, lavorare, preparasi per un’esperienza di lavoro all’estero, nel mio caso. Tirare avanti con una qualità di vita minimamente accettabile, credo sia lo sforzo di tutti gli altri. Pensare alla collettività, ai problemi ancora attuali (dopo due anni e mezzo!) nella loro complessità è un lavoro (anche quando lo è solo a livello mentale)che reputo sfiancante.

Dopo una maratona non si può correre alla stessa velocità una salita troppo in pendenza. Si tira il fiato, si rallenta, e si comincia l’ascesa senza fissare la sommità. Ché la vista del tragitto che manca può mozzare le gambe più forti.

La ragione per cui ho deciso di scrivere oggi una nuova piccola pagina del mio blog, è che mi rendo conto di essere passato nella fase in cui l’amore disperato per la mia città distrutta si è trasformato in un disamore  pressoché totale per tutto ciò che oggi la caratterizza, per tutto quanto non ha più ormai da offrire. Ed essere consapevoli che nemmeno prima del terremoto la città offrisse granché, non aiuta a tollerare con più indulgenza il suo stato attuale. Ma la città ormai non offre nemmeno la speranza: è sporca, abbandonata, puntellata e sembra ci si accontenti di questo. Le serate estive vedono il suo centro storico brulicare di persone, che rigirano tra i 4 locali aperti ai piani terra di palazzi semi-distrutti. Uno scenario post-atomico, che pure ti solleva l’angoscia degli inverni in cui hai visto la tua città marcire nella solitudine del nostro freddo. Ed è quest’idea del volersi rallegrare del poco che abbiamo,il fatto stesso di rendersi conto dell’enorme compromesso che stiamo accettando in silenzio che ti fa dire che non fa per te. Che se è di questo che gli Aquilani vogliono farsi bastare per un tempo indefinito, tu non puoi accettare di uniformarti alla massa. Non stavolta. E allora via, e arrivederci L’Aquila, pensi. Eppure la forza di andare via davvero non la si ha. Non per ora.

Prigionieri di un non più luogo e di un non più tempo. Ad aspettare chissà cosa.

Credo che solo esprimendomi così riesco a rendere l’idea di impotenza totale che avverto se per un attimo mi fermo a pensare.

Ci vuole tempo, ci dicevamo all’inizio. Ma l’illusione di trascorrere un tempo anche lungo in modo operoso e proficuo sembrava più tollerabile (e lo sarebbe stato, in effetti) di questo tempo immobile che viviamo da mesi e mesi. Il tempo passa, eppure tutto sembra sempre lo stesso.

E’ sempre lo stesso.

Il tempo prima lo pensavo come la ragionevole attesa per tornare a vedere i danni riparati e la vita riprendere dove si era interrotta. Oggi il tempo è un diluente del dolore, della noia, della rabbia e dell’ immobilità.

E’ quanto ci porta ad adattarci solamente al nuovo ordine di cose in città. E’ quello che ormai non ti fa più tentare di percorrere strade che sai chiuse da anni. Che nel calcolo mentale del “dove parcheggio” che fai ogni volta che visiti il centro non ti fa più considerare altro che le uniche DUE vie di accesso, sempre le stesse.

E’ stato il tempo trascorso a farmi credere che questa città anziché amarla, valesse la pensa detestarla. E magari anche dimenticarla per andarsene definitivamente altrove. E’ già che ci sei anche il più lontano possibile. Via da questa Italia che ti fa anche un po’ schifo.

La ragione per cui ho scritto questo post è che voglio sottoporvi il filmato che trovate all’inizio.

“Tempo per L’Aquila” è stata scritta, suonata e registrata da alcuni artisti Aquilani non professionisti che ben conosco. Molti di loro sono medici. Uno di loro è molto più che il mio relatore di tesi, ma non è questo che ora importa. Tre giorni fa hanno suonato  le loro canzoni in Piazza Palazzo (quella delle macerie rimosse dalle carriole ai bei tempi, per intenderci). Tra cui questa. Riascoltandola, ho rivissuto l’emozione di quel giugno 2009.

Allora, un po’ il tempo avremmo voluto fermarlo e dilatarlo. Senz’altro avevamo sperato che il tempo per L’Aquila potesse essere speso molto meglio di quanto in realtà non sia stato fatto. Riascoltandola, avrete senz’altro un tuffo al cuore. E capirete magari anche voi che il tempo non ha ancora cancellato l’amore, totale, per le pietre della nostra città. In qualche modo, per quello che ognuno di noi può, ma per favore: diamoci tutti da fare.

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LA SECONDA CHE HO DETTO

21 11 2010

Ieri L’aquila ha chiamato l Italia. E tanta Italia, va detto, c’era.

Padova, Vicenza, Napoli, Roma. Ne ho sentite tante di voci e inflessioni, mentre sotto la pioggia portavo la carriola.

C’erano pure gli Aquilani. E c’era, tanta, tantissima pioggia. Inopportuna, inospitale, scortese; ha bagnato noi, le nostre bandiere, le nostre carriole e manifesti. Ha continuato ad inzuppare la nostra città, che si è mostrata nella sua crudezza ai visitatori venuti da fuori.

Il percorso è stato breve, lento. Ed io ero quasi in testa, con i miei amici in carriola. Mi hanno meravigliato gli applausi, i “bravi” gridati dai bordi delle strade, a noi che sfilavamo in carriola. Ho visto occhi commossi, il trasporto di un’emozione repentina, come un tuffo al cuore.

Immagino fosse l’emozione di chi ricorda quando le carriole per alcuni mesi sono state realtà quotidiana della nostra città. Quando, finalmente, in tanti siamo tornati ad essere una comunità che, unita, si liberava di un insopportabile fardello fangoso e doloroso. Rimuovere le macerie è stato senz’altro un atto terapeutico, oltre che “logisticamente” utile.

E in quegli occhi, vispi dietro le lacrime, che ci hanno salutati ho visto questo. Il ricordo di un momento migliore di quello che oggi stiamo vivendo. Un momento in cui tutti hanno potuto dare il loro contributo.

E’ di questo che abbiamo ancora bisogno. Di partecipare realmente alle cose che vanno fatte. E che nessuno, nessuno mai, ad eccezione dei cittadini Aquilani sembra disposto a fare.

Ho infilato una rosa bianca alle inferriate della Casa dello Studente,che dolorosamente resta ancora in piedi, mezza sana e mezza sventrata, ora che non c’è più bisogno che finga di proteggere qualcuno. Ho lasciato una rosa soltanto, e l’ ho lasciati lì per tutte le 309 vittime.

 

Scandire “L’A-qui-la! ,L’A-qui-la!” appena arrivati per le vie della zona rossa è stato come salutare la nostra città, avvertirla che eravamo lì per lei. Piazza Duomo era stracolma di gente. Immagino nella gran parte aquilani. Prima che cominciassero gli interventi dal palco non ho potuto fare a meno di guardarmi intorno, cercando un segno di vita dietro le finestre dei palazzi che avevodavanti. Non ce n’erano, ovviamente. E tutto questo stride e strideva terribilmente con le immagini di una piazza brulicante e piena di colori e suoni.

Mi sono sentito, solo allora, di nuovo terremotato. Come se realizzassi ancora, e da capo, cosa ci è successo.

Anche non volendo, anche cercando di conservare il ricordo di quello che era, la mente sembra adattarsi a tutto. Anche ad una città vuota, spenta, semi distrutta, con i tetti scoperchiati a non riparare più dalla pioggia.

Solo allora, ieri, in quel momento, ho rivisto quello che da troppo non vediamo più. Come se, improvvisamente, potessi risentire la voce di un parente ormai morto. Capita sempre che pur sforzandosi di non dimenticare, le voci non si ricordino più, i ricordi dei volti sbiadiscano, perdendo dettagli.

Eppure di tutto conserviamo una traccia, che può essere riportata alla luce. Ieri, quella traccia io l’ho ritrovata.

 

 

Questo vuole essere il segno di quanto, quasi due anni dopo, la situazione risulti drammatica, e pericolosa. Perché anche chi, come me, si è sempre battuto per la ricostruzione rischia di assuefarsi alla distruzione, al nulla, all’assenza di prospettive. Non so ancora se sia un fatto positivo e negativo, ma ieri pur avendo firmato per la legge d’iniziativa popolare non mi sono preoccupato affatto che non si riesca a raggiungere le 50.000 firme necessarie alla sua presentazione in Parlamento. Né di ascoltare gli interventi dal palco; né, tantomeno, di contestare quello ambiguo ed ambivalente che sarebbe arrivato con buona probabilità dal Sindaco. Non li ho voluti nemmeno ascoltare, e me ne sono andato prima che cominciassero. Ieri, ho voluto rivedere la mia città piena di gente e di vita.

Non so, dicevo, se sia un segno buono o cattivo; lo ritengo un segno di stanchezza, e dunque, propendo per la seconda opzione.

Ma tant’è.

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20 NOVEMBRE

7 11 2010

Se ripenso a quanto accadeva un anno fa, lo faccio pensando ad un periodo felice.

Nonostante il ricordo di una distruzione recente, dei disagi di una sistemazione provvisoria e fredda, lontana da tutto, nonostante non avessi ancora una laurea in tasca, nonostante tutto insomma io lo ricordo come un periodo felice.

Se non altro attivo, frenetico, brulicante, connotato dalla sete di rivalsa contro quanto nei mesi precedenti ci era piovuto addosso.

Oggi, vedo in quella gioia colma di speranza l’inesperienza di chi, ritrovatosi miracolosamente sopravvissuto, spera ancora che rialzarsi sia un processo rapido. Che basti uno scatto di reni, una scossa, l’ultima e collettiva, che possa riportare le cose sul giusto piano. Sulla via che meritava e merita una città come la nostra.

C’era l’operosità di chi si appresta a sferrare il colpo magistrale, e che lo immagina duro, durissimo, faticoso da organizzare, ma non contempla l’ipotesi “fallimento”. O meglio, l’ipotesi “rimbalzo”.

Rimbalzo, sì; perché noi tutti, e così io, allora non assaggiavamo ancora quello che tutt’oggi ci si staglia contro: il più odioso dei muri di gomma.

Quello eretto da sedicenti rappresentanti politici, che nulla rappresentano se non i loro interessi, e quelli delle loro logge, cricche, consorterie.

Quello eretto per coprire le macerie che un anno fa vi abbiamo mostrato, e che ancora lì giacciono.

Sono certo che in ognuno dei vostri luoghi di vita esista una prova tangibile della distanza siderale che ormai ci separa dalle forme locali o nazionali di Governo; ne sono sicuro così come sono certo che voi non avete avuto fino ad oggi la forza di riappropriavi di ciò che è vostro e nostro: il diritto di farcelo sapere, che anche voi avete ragioni di protesta.

E che come è già capitato a noi Aquilani, anche voi avete protestato molte più volte di quante non si sia saputo in giro. Sono sicuro che questo vi toglie la forza, vi fa perdere di vista l’obiettivo che all’inizio vi ha mosso.

Oggi sono stanco, sfiduciato, il muro di gomma non ha fatto male al fisico, ma all’animo sì. A 27 anni non si è abituati, forse, a sperimentare il fallimento di un buco nell’acqua. Buchi nell’acqua sono state le nostre manifestazioni, sul piano dei risultati ottenuti. Non sul piano mediatico, forse, ma non siamo mai riusciti a raddrizzare tutto quello che è nato storto dopo il 6 aprile.

Il giudizio vale per me, e fortunatamente non per tutti i miei concittadini.

Un po’ perché siamo in tanti,  un po’ perché le ragioni per far sentire la nostra voce le troviamo quotidianamente davanti ai nostri occhi nelle forme più disparate, e molto perché non abbiamo davvero più nulla da perdere, L’Aquila torna a farsi sentire.

Come epicentro delle vostre e nostre crisi, dei vostri e nostri crolli, delle nostre macerie fisiche e delle “loro” macerie morali, L’Aquila vi fa un appello accorato. Invadeteci.

Fatelo il 20 Novembre.  Alle 14:00 partirà un corteo per le vie della città, e per un giorno torneremo a fare cronaca e notizia, sempre che il “muro” non ci rimbalzi una seconda volta, quando il 16 Giugno 2010 in 20.000 invademmo l’autostrada e voi non l’avete nemmeno saputo.

Venite vedere cosa c’è da queste parti, pare che saremo in tanti. Almeno lo speriamo; la posta in gioco è alta. E noi non abbiamo più nulla da perdere.

Personalmente, ci vado perché non posso non andarci. Perché lo devo alla mia città, al bene che le voglio, al desiderio che ho di riconoscermi in un Paese che oggi mi fa schifo, e domani dovrebbe rendermi orgoglioso. Ma dobbiamo metterci in gioco tutti, ché nulla piove dall’alto, e i miracoli non avvengono. Nè mai sono avvenuti.

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AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA

14 09 2010

Ancora un altro commissario. Non si rimuove nessuno, e nessuno si dimette. Si aggiunge alla folta schiera di capi, sottocapi, tenenti, caporal maggiori. Manca la fanteria, la bassa manovalanza, ma le dirigenze no. E dirigono il nulla della ricostruzione, totalmente assente. L’Aquila non è cambiata di una virgola nel centro storico da quando l’avete vista in tv per le carriole quasi un anno fa. Anzi, è arretrata. Quando lo sciame sismico, (ininterrotto, dal sei aprile) aveva ricominciato a farsi sentire un po’ più forte, ed un po’ più spesso, il centro della città è stato addirittura nuovamente chiuso, anche dove era stato “messo in sicurezza”. Evidentemente era solo messo al sicuro da sé stesso e non dal terremoto, se si è dovuti arrivare a tanto.

Nel frattempo non passa mese dal 6 aprile senza che la popolazione assistita cresca, ininterrottamente. Un segnale lampante, dei fallimenti registrati nell’emergenza e nel suo post.

Ciononostante, ci vuole un altro commissario, perché le strutture commissariali non procedono, non snelliscono. Anziché smontare una macchina fallimentare, la si potenzia, la si appesantisce d’ulteriori strumenti. Errare humanum, perseverare…

Diversamente dall’Umbria-Marche, andremo avanti ad ordinanze di volta in volta. Il governo NON VUOLE darci una legge per la ricostruzione. NON VUOLE STRUMENTI ORDINARI DI LEGALITA’. Vuole improvvisazione, vuole pannicelli caldi, per la febbre che avanza.

Quindi aggiungiamo un Commissario. Male.

E per di più la scelta del soggetto è il grave che si aggiunge all’inutile. O l’osceno che si aggiunge al grave, come preferite.

Antonio Cicchetti, riesce nell’insolita capacità di accentrare in un’unica persona quanto di peggio possa arrivare nella mia città. Anzi tornare, per dire meglio.

Aquilano, proprietario di un campo da golf con annessa “beauty” a Preturo, quando gli fu affidata l’organizzazione della Perdonanza Aquilana il Comune fini quasi in bancarotta. La Corte dei Conti lo condannò per “malagestione”.

I debiti di quelle spese folli li paghiamo ancora oggi, con un buco di milioni di Euro e lunghe file di creditori mai pagati.

Inoltre, il Cicchetti si fregia anche del titolo di “galantuomo di sua santità”, al pari di quel Balducci, del quale ricalca molto.

E’ direttore amministrativo dell’Università cattolica di Milano, con mandato in scadenza, è figura gradita alla “ecclesia” che in città si è vergognosamente arricchita di strutture pagate e costruite in emergenza su suoli pubblici e con fondi pubblici che sono affidate, gestite o diventate o che per contratto diventeranno in alcuni casi di proprietà della Curia aquilana. Pure quella commissariata dal Vescovo in seconda, che sparge amore  e lavora ai fianchi della ricostruzione fondando una società privata con interessi clamorosamente evidenti sul patrimonio immobiliare del centro storico, già in gran parte nelle loro mani.

Il Cicchetti, inoltre ha intessuto nel corso della vita una fitta ed interessante rete di amicizie d’alto livello, posizionando membri del suo esteso parentado un po’ qui e un po là, ed elargendo appalti a questo e quello nella più apertamente chiara ed evidente logica di spartizione clientelare che è da sempre in voga, e sulla quale il Cicchetti non fa eccezione. Uno così merita di fare strada.

Del resto non invento nulla: Dal Corriere della Sera, del 12 settembre 2010, a firma Sarcina:

Ora, la fitta rete di relazioni, società, clientele attribuita a Cicchetti è semplicemente impressionante. Nel libro soci della Rio Forcella spa, che si occupa di campi da golf in Abruzzo, compaiono personaggi, per lo più amici e parenti, che formano un sistema a grappolo con interessi, tra l’altro, nelle forniture sanitarie, nelle costruzioni, nelle attrezzature informatiche. Un clan familistico, che vede impegnati la moglie Maria Adelaide Venti, i figli Paolo e Americo Cicchetti, il nipote Mauro Cuomo (nominato tra l’altro dallo stesso Antonio Cicchetti direttore amministrativo di cinque strutture collegate all’Agostino Gemelli), il cognato Antonio Cuomo (padre di Mauro e titolare dell’agenzia di viaggio Triremis, fornitore della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università cattolica, sede di Roma). Famiglia, dunque, ma anche vecchie e nuove amicizie. A cominciare dal

rapporto consolidato con l’architetto Giuseppe Manara, socio di Rio Forcella, ma soprattutto riferimento costante dei principali lavori di ampliamento del Gemelli a Roma, a quello con Antonio Angelucci (anche lui nato in provincia dell’Aquila), fondatore del gruppo di cliniche private Tosinvest. Il punto chiave, naturalmente, è capire se, in che misura e, soprattutto, con quali procedure, gli appalti e le forniture del «Sistema Cattolica» siano state assegnati da Antonio Cicchetti alle società dei suoi amici e familiari. Toccherà agli organi dell’Università cattolica e alla vigilanza del Toniolo, di cui è garante il cardinale Tettamanzi, dare una risposta. Certo, alcune tracce rafforzano i dubbi. Manara, per esempio, è sicuramente un professionista con un ricco carnet di committenti. Sul suo sito web sono illustrati, per esempio i grandi progetti realizzati a Dubai.

Ma è anche un fatto che 5 lavori sui 16 presentati dallo stesso architetto sul suo indirizzo Internet alla voce «sanità» riguardino il Policlinico Gemelli, e 4 su 5 (casella «università») si riferiscano alla Cattolica.

Altro riscontro facile: il rinnovamento delle strutture informatiche sempre del Policlinico affidato alla Gesi, società presieduta da Andrea Di Maulo, cugino di Antonio Cicchetti. La Gesi partecipa al consorzio Edith (soluzioni informatiche) con l’Università cattolica. Si potrebbe continuare davvero per ore, seguendo la «Cicchetti map» e tenendo conto di un precedente. Il direttore amministrativo della Università cattolica è già stato condannato dalla Corte dei conti nel 2008 in relazione al buco di bilancio del comitato della «Perdonanza», istituto religioso dell’Aquila.”

La nomina del Cicchetti a 4° commissario del nulla arriva, è questione di ore.

Questione di decenni, tutto il resto. E ciò che è più grave è che tra decenni, di questo passo, ci lasceranno i rottami, le incompiute. E le poltrone, finalmente, solo allora saranno vuote.

Per oggi aggiungiamo un posto a tavola, c’è ancora da banchettare, evidentemente.

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SQUADRISTI

11 09 2010

La notte del 6 aprile 2010, ero sotto il tendone di Piazza Duomo. Arrivato lì dal pomeriggio del giorno prima, stavo vivendo con la mia città, con la gente come me e quella altrettanto diversa da me un giorno diverso e importante. C’era la radio, c’era Caterpillar, il pomeriggio del 5. E poche ore più tardi si sarebbe tenuto un consiglio comunale straordinario sotto il nostro tendone, quello dei cittadini in presidio permanente. Mai avrei immaginato che sarebbe andato in scena uno dei più vergognosi spettacoli degli ultimi due anni della nostra storia recente. Assenti i membri del Governo, ed i vertici della Protezione Civile. L’aria era già cambiata. Non eravamo più terra di conquista, ed il Duomo di Milano faceva ancora male per correre il rischio che venisse sostituito da quello dell’Aquila. Infatti si sarebbe parlato di lì a poco di “menti fragili”.

La gente, tutta, era addolorata e pronta a ricordare con 308 rintocchi di campana i visi scomparsi dalle nostre strade, dalle nostre vite.

Accadde però l’impensabile, e tutto andò diversamente da come ce lo eravamo immaginato. La rappresentante inviata dal Governo, una donna di cui non ricordo il nome, prese a leggere il comunicato del Presidente della Repubblica. Nulla da segnalare, applausi.

Venne il momento delle frasi di Renato Schifani, il presidente del senato (volutamente minuscolo): un’ oscena celebrazione della presenza del governo italiano nella nostra tragedia; oggi vogliono accusare il presidente del secondo ramo del Parlamento di non essere “super partes”, ma nessuno mai ricorderà, tranne i presenti quella notte sotto il nostro tendone, le parole di parte espresse nel comunicato di Schifani. Fischi, contestazioni. La lettrice dovette interrompersi più volte, sovrastata dai fischi e dalle urla di chi non voleva sentire quelle parole in una cerimonia laica (anche politicamente) di ricordo della nostra sciagura.

Venne, da ultimo, il momento delle parole di Berlusconi, o forse l’ordine degli interventi fu diverso, non importa. Ciò che importa è che la lettura del comunicato del presidente del consiglio durò un’eternità. Uno stupro alle orecchie di chi era lì per altre ragioni ed animato da tutt’altri sentimenti, che nulla avevano a che vedere con la glorificazione dell’impegno (dubbio) di uno a vantaggio (?) della nostra collettività. Tanta fu la violenza della contestazione, con urla fischi sparuti battiti di mani, che ci volle un quarto d’ora per leggere quella paginetta. Con interruzioni, richiami all’ordine, minacce di sciogliere la seduta straordinaria e accuse di comportamenti ” anti-democratici”.

Squadristi insomma.

Squadristi come quelli che fanno scappare per eccesso di contestazioni la Gelmini a Milano da un convegno dove era invitata, o che costringono ad una indecorosa fuga a passo lento un Dell’Utri scacciato da Lecco, tra due ali di folla che gli gridano addosso “fuori la mafia dallo stato”, tenendo in mano pericolose agende rosse, e rosse perché comuniste, ça va sans dire.

Parole pericolose: mafioso a un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ignorante ad una laureata abilitatasi alla professione nella sede dove le risultava più agevole conseguire il titolo.

Parole pesanti. E vere, verissime, di sdegno. Al pari dei nostri urlati “basta” e “vergogna” sotto il tendone quando ci si imponeva la glorificazione dell’operato del governo, naturalmente autocelebrata nel momento meno opportuno per farlo.

Anche allora ci dissero che eravamo degli squadristi, delle “minoranze rumorose e prepotenti”, come ebbe l’ardire di dirci l’allora Prefetto Gabrielli. Che per le sue parole ed il suo allineamento si guadagnò, poche settimane più tardi il posto di Vice di Bertolaso in Protezione Civile. Meriti conquistati sul campo. Ed il campo era casa nostra.

Non sono minoranze, state attenti, quelle che vedete in televisione quando fanno cose di cui è impossibile non parlare persino per il minculpop messo in piedi dai Minzolini di tutta Italia, che sono gli omologhi dei nostri Gabrielli.

Non sono minoranze quelle che contestano uno come Bonanni, che in pochi anni sta distruggendo con suo “Minzolinismo” 80 anni di lotte operaie. Ci rendiamo conto della gravità delle dichiarazioni degli industriali, che vogliono uscire dai contratti nazionali coi lavoratori?

Non li chiamo padroni perché non appartiene alle mie abitudini. Sono troppo giovane, sono cresciuto nel periodo in cui gli intransigenti erano già stati fatti fuori da questo sistema truccato di bipartitismo e bipolarismi falsamente contrapposti.

Gli “squadristi”, dunque contestano, fanno casino. Non vogliono avere risposte da quelle persone. Non vogliono più quelle persone, sempre le stesse, ad occupare a giorni alterni le stesse poltrone.

Non sono necessariamente minoranze, ed in ogni caso, non sono affatto pochi. Milano, Lecco, Torino, L’Aquila. E Chiaiano. E Messina, e Pollari.

Sono tanti posti, piccoli e grandi dove la gente dimostra che la misura è piena, che si è superato il livello di massima sopportazione, che ci vuole qualcosa di più e di meglio. Che lo si vuole, a tutti i costi.

Gli squadristi veri sono quelli che declassano il loro dissenso ad una forma di violenza verbale. Sono gesti, invece, di sana indignazione di chi vede  in parlamento i condannati che legiferano per salvarsi dalla galera, facendo scempio di quanto di poco ancora resta in un’Italia mai rivoluzionaria e, quindi, mai democratica per davvero.

Quella gente non merita di essere zittita. Sforzatevi tutti di capire cosa dicono. Cosa c’è dietro quelle grida indignate, convinte ed orgogliose.

Quella notte tra il 5 ed il 6 aprile 2010, c’ero anch’io con loro. C’ero e fischiavo. E gridavo. E fischio e grido tutt’oggi.

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IN ATTESA DEL PROSSIMO SHOW

1 09 2010

Le scosse non si sono mai fermate, in realtà.

Solo un mese fa abbiamo scoperto che “la macchina” del terremoto era partita a Giugno 2008, e non a Dicembre, quando abbiamo cominciato ad accorgercene, avvertendo le scosse nelle nostre case. Finché siamo stati nelle nostre case.

Poi il disastro, la commozione di una nazione intera, i volontari, a migliaia che accorrevano a dare il loro aiuto. Fondamentale aiuto. Anche se per troppi di noi era troppo tardi.

Oggi le scosse tornano a far parlare di loro, e così ne sapete qualcosa anche voi che vivete lontano da L’Aquila e da quello che è ormai efficacemente racchiuso nel termine “cratere”.

Ma è un film già visto, e in realtà per noi aquilani mai interrotto.

Nella zona di Montereale (15 km da L’Aquila) dall’inizio dell’anno ci sono state quasi 2000 scosse. 200 di queste avvertite dalla popolazione. A più riprese, e solo sui giornali locali, si è parlato dell’allarme che suscita la faglia che attraversa quei comuni di montagna. Dell’allarme per la diga di Campotosto, poco distante.

Tutto ciò finora è valso unicamente a produrre, dopo le scosse di ieri, un’ordinanza cautelativa che ha poco da dire, ed ancor meno fa per proteggere realmente la popolazione. Il centro storico della mia città è stato chiuso nuovamente, è inaccessibile e presidiato. Anche nelle parti messe in sicurezza, che evidentemente non devono essere davvero sicure. Nonostante i milioni spesi, anche e soprattutto vostri, nostri.

Torna la paura, riaffiorano vecchie inefficienze mai sanate: il Comune dell’Aquila non aveva e non ha un piano d’evacuazione noto alla popolazione. Forse non ce l’ha affatto. Non aveva e non ha aree di raccolta segnalate dove le persone possano rifugiarsi in caso di terremoto. Non aveva e non ha aree deputate ad installare campi tenda forniti di servizi elettrici ed urbanizzazioni. Il comune dell’Aquila è pari, in termini di prevenzione del rischio sismico, ad un comune sardo, che con il terremoto non dovrà mai fare i conti.

Noi invece i conti li abbiamo fatti e come. 308 morti, spariti per sempre. 56000 sfollati ancora oggi, su una popolazione di 72000.

E tutte le altre conseguenze che ben conoscete si sommano a questo fardello che già  solo così sarebbe insostenibile.

Le cose, nonostante tutto, non cambiano. Giuliani parla, dice la sua. I geologi dicono la loro. Altri, e troppi, restano ancora in silenzio. La popolazione è frastornata, e giustamente diffidente. Verso gli uni e gli altri.

Il Dipartimento di Protezione civile è assente, non fa nulla per intervenire in modo preventivo. E’ un film già visto. Già si sa che arriverebbero nuovamente in migliaia se qui dovesse esserci ancora una scossa distruttiva. A cose fatte.

Non è quello che vorremmo. Non è quello di cui si avverte il bisogno.

Nell’ordinanza emessa ieri il Sindaco ha stabilito la chiusura fino al 3 settembre di tutto il centro città, e di tutti i cantieri di messa in sicurezza, anche nelle frazioni.

Nessuna parola, nessun provvedimento sulle abitazioni che sono utilizzate in agibilità parziale dagli aquilani, nemmeno su quelle case e condomini che sono cantieri di ristrutturazione per metà e nelle quali gli aquilani, in pieno rispetto delle leggi, abitano da mesi. Loro non meritano cautele, avvertimenti. Loro, come tutti noi, sono lasciati all’istinto di sopravvivenza. E’ grave, ma è un assurdo passo avanti rispetto a quando si affermarono certezze di non- terremoto, smentite una settimana più tardi dai fatti. Anche allora, esattamente una settimana prima furono chiuse le scuole per due giorni: il tempo di verifiche strutturali. Poi furono riaperte. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile molte di esse crollarono o furono seriamente danneggiate. Se il terremoto fosse arrivato alle 9 di mattina sarebbe stato un massacro ancora peggiore.

A nulla erano valsi questi timidi accenni precauzionali. Non giustifica però il fatto che oggi, se ne facciano di ancora più timidi.

Manca solo la messa del vescovo, ad invocare Sant’ Emidio, protettore della città contro i terremoti. Pure quella ovviamente, valse a nulla.

Nessuno ha predisposto nulla per andare incontro ad una nuova possibile emergenza, anzi no.

Il comitato 3e32, con una mossa davvero efficace e sensata, ha ricordato a quanti si sentano insicuri nelle proprie abitazioni, che negli spazi autogestiti delle “CaseMatte” ci sono servizi e posto per mangiare e montare tende, portare camper o roulotte.

Cose di questo genere dovrebbe farle uno Stato degno degno di questo nome e della maiuscola. Di maiuscolo, qui, invece, ci sono solo la pazienza, l’intelligenza e la prudenza degli Aquilani. Rimasti soli, in attesa del prossimo show.

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Aggiornamento: lo show, è partito. Il  Commissario Chiodi, ha dato disposizione affinché siano montate le tende a Montereale. Gli Aquilani hanno dato il buon esempio, ancora una volta, a questi incompetenti.