Ancora

22 01 2017

E’ mattina, mercoledì. Sono andato a dormire sotto una copiosa nevicata che finalmente dopo aver coperto per giorni tutto l’Abruzzo esclusi noi, raggiunge anche la città di L’Aquila. E tutto sommato sono contento non poco, visto che la neve io la adoro. Anche quella piccola precarietà dell’avventurarsi in macchina per andare al lavoro, con un piccolo rischio che credi calcolato. Esco di casa però con un’ora di anticipo, sapendo che dovrò lavorare non poco per liberare l’auto dal garage dove, stupidamente, l’ho lasciata la sera prima. La neve mi arriva alle ginocchia. La macchina non si smuoverà da dov’è senza mettere mano alla pala. E lo faccio, sotto la neve che copiosamente continua a cadere, ma da solo non riesco a liberare i 100 metri di salita in modo sufficiente a non toccare con il fondo. Dopo un’ora desisto, mentre il resto del condominio non partecipa al mio sforzo, che resta, così, solitario ed improduttivo. Chiamo il 112, mi qualifico, spiego la situazione e con uno dei loro mezzi, poco dopo vengo accompagnato in ospedale. Comincio quindi a lavorare, l’atmosfera è quasi divertita per l’eccezionalità dell’evento in sé, e l’impresa che ognuno di noi ha fatto per arrivare a lavoro. Una mattinata aquilana come tante altre. Mentre mi trovo in risonanza ed ho appena iniziato l’ultima fase di uno studio di perfusione cerebrale, nel momento più delicato e conclusivo dell’esame, una breve e forte scossa di terremoto ci gela il sangue. Siamo al pianterreno. Sopra di noi abbiamo tre piani di edificio inagibile, ancora, dall’aprile del 2009. Porto a termine l’esame, mentre tutti affluiscono dalle mie parti, che lavoro nei pressi di una delle vie di fuga. Il paziente non si è accorto di nulla, viene fuori dalla sala. Nel frattempo è già cominciato il parapiglia del “che facciamo, continuiamo?” mentre la paziente successiva, che già aveva chiesto di non fare l’esame, poi ci ripensa e chiede di farlo per non restare ancora a digiuno. Con pochissima convinzione che si tratti della scelta migliore, ed in mancanza di direttive sul da farsi, iniziamo anche con lei. Poi la seconda scossa, davvero notevole, ci fa interrompere tutto. Inizia il giro delle chiamate di rito, come stai dove sei, tutto bene, dove andate, restate fuori. Ma fuori nevica, già. Eppure io dentro non voglio stare, l’ospedale è un edificio sul quale non nutro fiducia di nessun tipo. Si sospendono le attività, mentre poco più tardi arriverà l’ordinanza del Prefetto che in via precauzionale impone di sospendere tutte le attività ordinarie e di restare aperti solo per le emergenze. I reparti cominceranno nei minuti successivi a dimettere i ricoverati in buone condizioni, mentre le sale operatorie hanno già annullato gli interventi previsti e svegliato i pazienti già in anestesia. La paura è via via maggiore, le notizie non tranquillizzano, mentre scopriamo di essere sempre più vicini all’epicentro di un terremoto che come sospettavamo, non ha ancora finito di dire la sua. E passata circa un’ora e mezza, eppure siamo ancora in reparto tutti quanti, non possiamo andarcene all’aperto perché nessuno si è ancora avventurato a riprendere i pazienti che erano stati portati da noi. Arriva anche la terza scossa maggiore; i nervi mi abbandonano definitivamente.

Ci vuole ancora un po’ per organizzare le prossime ore, ma poi alla fine riusciamo ad allontanarci tutti dall’ospedale, ma sono in cima alla lista di quelli che verranno contattati in caso di emergenza. Tornato a casa da meno di un’ora, mi chiamano per un’urgenza. E ritorniamo in ospedale, io e la collega che ospiterò da me per i due giorni seguenti. Io ci metto la casa, lei la macchina. Sono le sei del pomeriggio quando riapprodiamo finalmente a casa mia. Siamo esausti, è stata fino a quel punto una giornata semplicemente assurda. Ragioniamo daccapo di scosse, casa mia, casa tua, luoghi sicuri? Storicamente lo sono stati, ma lo resteranno? Sembra impossibile che gli ultimi sette anni siano annullati nel giro di una mattinata. Siamo quasi al punto di partenza. In una situazione simile a quel 30 marzo 2009, sei giorni prima della strage, quando ci siamo effettivamente sentiti sull’orlo di un evento più grande, che poi, puntualmente, non si è fatto attendere. Cosa è cambiato in questi anni? In cosa siamo migliorati, ci siamo davvero protetti? Ammesso che così sia stato, e non lo credo, ci comportiamo come se nulla avessimo imparato, se non un’inguaribile diffidenza nei confronti del nostro territorio, di ciò che ci riserva la notte. Perciò comincio con le uniche cose che mi sembrano sensate; preparo un borsone che da domani resterà in macchina, con mutande, calzettoni, un paio di scarpe calde e comode, pantaloni sportivi, maglioni di pile, roba che normalmente usi per andare a sciare. Una giacca a vento, un phon, asciugamani, roba che posso usare per restare fuori casa, per restare al lavoro continuativamente per due – tre giorni, se e quando servirà. La commissione Grandi Rischi dal canto suo, stavolta ci allarma in modo eloquente, ventilando l’attesa che possano verificarsi terremoti di magnitudo fino a 7.0, altri provano a ridimensionare, a tranquillizzare, sedare questo panico lucido che serpeggia da settimane e che mercoledì è sbottato come un bubbone. E’ il caos, quando ti senti così piccolo, impotente e privo di conoscenze – come tutti, del resto- per capire cosa stia effettivamente accadendo e come potrebbe evolvere. Ma è sopratutto, una storia già vissuta. Tutto ciò suona molto sinistro, ma a prescindere da questo, è in ogni caso un grosso passo indietro. Ci muoviamo a vista, aspettando e sperando. Altro non possiamo fare. Ancora.

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22 01 2017
Barbara Summa

Federì, e cos’altro mai potrei aggiungere? ti ho seguito su facebook mano a mano che i giorni passavano, e continuava. Spero che tu troverai un modo che funziona per te per scendere a patti, in qualche modo, ammesso che sia possibile, con questa incertezza. Ma si vede che è durissima. Un abbraccio

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