SQUADRISTI

11 09 2010

La notte del 6 aprile 2010, ero sotto il tendone di Piazza Duomo. Arrivato lì dal pomeriggio del giorno prima, stavo vivendo con la mia città, con la gente come me e quella altrettanto diversa da me un giorno diverso e importante. C’era la radio, c’era Caterpillar, il pomeriggio del 5. E poche ore più tardi si sarebbe tenuto un consiglio comunale straordinario sotto il nostro tendone, quello dei cittadini in presidio permanente. Mai avrei immaginato che sarebbe andato in scena uno dei più vergognosi spettacoli degli ultimi due anni della nostra storia recente. Assenti i membri del Governo, ed i vertici della Protezione Civile. L’aria era già cambiata. Non eravamo più terra di conquista, ed il Duomo di Milano faceva ancora male per correre il rischio che venisse sostituito da quello dell’Aquila. Infatti si sarebbe parlato di lì a poco di “menti fragili”.

La gente, tutta, era addolorata e pronta a ricordare con 308 rintocchi di campana i visi scomparsi dalle nostre strade, dalle nostre vite.

Accadde però l’impensabile, e tutto andò diversamente da come ce lo eravamo immaginato. La rappresentante inviata dal Governo, una donna di cui non ricordo il nome, prese a leggere il comunicato del Presidente della Repubblica. Nulla da segnalare, applausi.

Venne il momento delle frasi di Renato Schifani, il presidente del senato (volutamente minuscolo): un’ oscena celebrazione della presenza del governo italiano nella nostra tragedia; oggi vogliono accusare il presidente del secondo ramo del Parlamento di non essere “super partes”, ma nessuno mai ricorderà, tranne i presenti quella notte sotto il nostro tendone, le parole di parte espresse nel comunicato di Schifani. Fischi, contestazioni. La lettrice dovette interrompersi più volte, sovrastata dai fischi e dalle urla di chi non voleva sentire quelle parole in una cerimonia laica (anche politicamente) di ricordo della nostra sciagura.

Venne, da ultimo, il momento delle parole di Berlusconi, o forse l’ordine degli interventi fu diverso, non importa. Ciò che importa è che la lettura del comunicato del presidente del consiglio durò un’eternità. Uno stupro alle orecchie di chi era lì per altre ragioni ed animato da tutt’altri sentimenti, che nulla avevano a che vedere con la glorificazione dell’impegno (dubbio) di uno a vantaggio (?) della nostra collettività. Tanta fu la violenza della contestazione, con urla fischi sparuti battiti di mani, che ci volle un quarto d’ora per leggere quella paginetta. Con interruzioni, richiami all’ordine, minacce di sciogliere la seduta straordinaria e accuse di comportamenti ” anti-democratici”.

Squadristi insomma.

Squadristi come quelli che fanno scappare per eccesso di contestazioni la Gelmini a Milano da un convegno dove era invitata, o che costringono ad una indecorosa fuga a passo lento un Dell’Utri scacciato da Lecco, tra due ali di folla che gli gridano addosso “fuori la mafia dallo stato”, tenendo in mano pericolose agende rosse, e rosse perché comuniste, ça va sans dire.

Parole pericolose: mafioso a un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ignorante ad una laureata abilitatasi alla professione nella sede dove le risultava più agevole conseguire il titolo.

Parole pesanti. E vere, verissime, di sdegno. Al pari dei nostri urlati “basta” e “vergogna” sotto il tendone quando ci si imponeva la glorificazione dell’operato del governo, naturalmente autocelebrata nel momento meno opportuno per farlo.

Anche allora ci dissero che eravamo degli squadristi, delle “minoranze rumorose e prepotenti”, come ebbe l’ardire di dirci l’allora Prefetto Gabrielli. Che per le sue parole ed il suo allineamento si guadagnò, poche settimane più tardi il posto di Vice di Bertolaso in Protezione Civile. Meriti conquistati sul campo. Ed il campo era casa nostra.

Non sono minoranze, state attenti, quelle che vedete in televisione quando fanno cose di cui è impossibile non parlare persino per il minculpop messo in piedi dai Minzolini di tutta Italia, che sono gli omologhi dei nostri Gabrielli.

Non sono minoranze quelle che contestano uno come Bonanni, che in pochi anni sta distruggendo con suo “Minzolinismo” 80 anni di lotte operaie. Ci rendiamo conto della gravità delle dichiarazioni degli industriali, che vogliono uscire dai contratti nazionali coi lavoratori?

Non li chiamo padroni perché non appartiene alle mie abitudini. Sono troppo giovane, sono cresciuto nel periodo in cui gli intransigenti erano già stati fatti fuori da questo sistema truccato di bipartitismo e bipolarismi falsamente contrapposti.

Gli “squadristi”, dunque contestano, fanno casino. Non vogliono avere risposte da quelle persone. Non vogliono più quelle persone, sempre le stesse, ad occupare a giorni alterni le stesse poltrone.

Non sono necessariamente minoranze, ed in ogni caso, non sono affatto pochi. Milano, Lecco, Torino, L’Aquila. E Chiaiano. E Messina, e Pollari.

Sono tanti posti, piccoli e grandi dove la gente dimostra che la misura è piena, che si è superato il livello di massima sopportazione, che ci vuole qualcosa di più e di meglio. Che lo si vuole, a tutti i costi.

Gli squadristi veri sono quelli che declassano il loro dissenso ad una forma di violenza verbale. Sono gesti, invece, di sana indignazione di chi vede  in parlamento i condannati che legiferano per salvarsi dalla galera, facendo scempio di quanto di poco ancora resta in un’Italia mai rivoluzionaria e, quindi, mai democratica per davvero.

Quella gente non merita di essere zittita. Sforzatevi tutti di capire cosa dicono. Cosa c’è dietro quelle grida indignate, convinte ed orgogliose.

Quella notte tra il 5 ed il 6 aprile 2010, c’ero anch’io con loro. C’ero e fischiavo. E gridavo. E fischio e grido tutt’oggi.

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2 responses

11 09 2010
mimmo

e io, che sono tuo padre, so che non sei uno squadrista.
Però i candelotti fumogeni, anche se “non hanno mai ammazzato nessuno” non si devono tirare.

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12 09 2010
mimmo

ma possono essere serviti come pasto a determinati soggetti.

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