Ancora

22 01 2017

E’ mattina, mercoledì. Sono andato a dormire sotto una copiosa nevicata che finalmente dopo aver coperto per giorni tutto l’Abruzzo esclusi noi, raggiunge anche la città di L’Aquila. E tutto sommato sono contento non poco, visto che la neve io la adoro. Anche quella piccola precarietà dell’avventurarsi in macchina per andare al lavoro, con un piccolo rischio che credi calcolato. Esco di casa però con un’ora di anticipo, sapendo che dovrò lavorare non poco per liberare l’auto dal garage dove, stupidamente, l’ho lasciata la sera prima. La neve mi arriva alle ginocchia. La macchina non si smuoverà da dov’è senza mettere mano alla pala. E lo faccio, sotto la neve che copiosamente continua a cadere, ma da solo non riesco a liberare i 100 metri di salita in modo sufficiente a non toccare con il fondo. Dopo un’ora desisto, mentre il resto del condominio non partecipa al mio sforzo, che resta, così, solitario ed improduttivo. Chiamo il 112, mi qualifico, spiego la situazione e con uno dei loro mezzi, poco dopo vengo accompagnato in ospedale. Comincio quindi a lavorare, l’atmosfera è quasi divertita per l’eccezionalità dell’evento in sé, e l’impresa che ognuno di noi ha fatto per arrivare a lavoro. Una mattinata aquilana come tante altre. Mentre mi trovo in risonanza ed ho appena iniziato l’ultima fase di uno studio di perfusione cerebrale, nel momento più delicato e conclusivo dell’esame, una breve e forte scossa di terremoto ci gela il sangue. Siamo al pianterreno. Sopra di noi abbiamo tre piani di edificio inagibile, ancora, dall’aprile del 2009. Porto a termine l’esame, mentre tutti affluiscono dalle mie parti, che lavoro nei pressi di una delle vie di fuga. Il paziente non si è accorto di nulla, viene fuori dalla sala. Nel frattempo è già cominciato il parapiglia del “che facciamo, continuiamo?” mentre la paziente successiva, che già aveva chiesto di non fare l’esame, poi ci ripensa e chiede di farlo per non restare ancora a digiuno. Con pochissima convinzione che si tratti della scelta migliore, ed in mancanza di direttive sul da farsi, iniziamo anche con lei. Poi la seconda scossa, davvero notevole, ci fa interrompere tutto. Inizia il giro delle chiamate di rito, come stai dove sei, tutto bene, dove andate, restate fuori. Ma fuori nevica, già. Eppure io dentro non voglio stare, l’ospedale è un edificio sul quale non nutro fiducia di nessun tipo. Si sospendono le attività, mentre poco più tardi arriverà l’ordinanza del Prefetto che in via precauzionale impone di sospendere tutte le attività ordinarie e di restare aperti solo per le emergenze. I reparti cominceranno nei minuti successivi a dimettere i ricoverati in buone condizioni, mentre le sale operatorie hanno già annullato gli interventi previsti e svegliato i pazienti già in anestesia. La paura è via via maggiore, le notizie non tranquillizzano, mentre scopriamo di essere sempre più vicini all’epicentro di un terremoto che come sospettavamo, non ha ancora finito di dire la sua. E passata circa un’ora e mezza, eppure siamo ancora in reparto tutti quanti, non possiamo andarcene all’aperto perché nessuno si è ancora avventurato a riprendere i pazienti che erano stati portati da noi. Arriva anche la terza scossa maggiore; i nervi mi abbandonano definitivamente.

Ci vuole ancora un po’ per organizzare le prossime ore, ma poi alla fine riusciamo ad allontanarci tutti dall’ospedale, ma sono in cima alla lista di quelli che verranno contattati in caso di emergenza. Tornato a casa da meno di un’ora, mi chiamano per un’urgenza. E ritorniamo in ospedale, io e la collega che ospiterò da me per i due giorni seguenti. Io ci metto la casa, lei la macchina. Sono le sei del pomeriggio quando riapprodiamo finalmente a casa mia. Siamo esausti, è stata fino a quel punto una giornata semplicemente assurda. Ragioniamo daccapo di scosse, casa mia, casa tua, luoghi sicuri? Storicamente lo sono stati, ma lo resteranno? Sembra impossibile che gli ultimi sette anni siano annullati nel giro di una mattinata. Siamo quasi al punto di partenza. In una situazione simile a quel 30 marzo 2009, sei giorni prima della strage, quando ci siamo effettivamente sentiti sull’orlo di un evento più grande, che poi, puntualmente, non si è fatto attendere. Cosa è cambiato in questi anni? In cosa siamo migliorati, ci siamo davvero protetti? Ammesso che così sia stato, e non lo credo, ci comportiamo come se nulla avessimo imparato, se non un’inguaribile diffidenza nei confronti del nostro territorio, di ciò che ci riserva la notte. Perciò comincio con le uniche cose che mi sembrano sensate; preparo un borsone che da domani resterà in macchina, con mutande, calzettoni, un paio di scarpe calde e comode, pantaloni sportivi, maglioni di pile, roba che normalmente usi per andare a sciare. Una giacca a vento, un phon, asciugamani, roba che posso usare per restare fuori casa, per restare al lavoro continuativamente per due – tre giorni, se e quando servirà. La commissione Grandi Rischi dal canto suo, stavolta ci allarma in modo eloquente, ventilando l’attesa che possano verificarsi terremoti di magnitudo fino a 7.0, altri provano a ridimensionare, a tranquillizzare, sedare questo panico lucido che serpeggia da settimane e che mercoledì è sbottato come un bubbone. E’ il caos, quando ti senti così piccolo, impotente e privo di conoscenze – come tutti, del resto- per capire cosa stia effettivamente accadendo e come potrebbe evolvere. Ma è sopratutto, una storia già vissuta. Tutto ciò suona molto sinistro, ma a prescindere da questo, è in ogni caso un grosso passo indietro. Ci muoviamo a vista, aspettando e sperando. Altro non possiamo fare. Ancora.

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LOOP

15 05 2016

MAX

Per molte volte, a più riprese, sono riuscito a tirare tutto indietro, a metterci un tappo; a distrarre la mente eludendo la naturale inclinazione a pensarci ancora, e ancora su. E per ognuna di queste volte, a malincuore, dopo aver indugiato sui miei ricordi, sulle mie riflessioni che rischiavano di essere infinite e dolorose, ci sono riuscito; riuscirci non significa vincere, lo so bene, ma abbiamo il dovere di non aggravarci lo spirito; non è forse così che si va avanti?

L’anno appena trascorso è scivolato via in questo continuo oscillare tra il ricordo (spesso divertito), il rimpianto, e lo sforzo (improduttivo, nel mio caso) di provare a seguitare, indovinando un percorso ed una strategia che non intuisco più. Manca la guida, la fonte d’ispirazione, lo sprone quotidiano e costruttivo che lavorare insieme ha rappresentato fin dal primo giorno. E so anche che sarebbe una causa d’irritazione, trovarci a fare a quattr’occhi questo discorso, se solo fosse possibile. E’ capitato invece di incontrarci in sogno, di chiacchierare di lavoro, della nostra città, di futuro, il nostro, come se il tempo si fosse fermato. Come se fossimo ancora in viaggio verso Camogli, quando  con la mia macchina andammo insieme al raduno annuale di neuroradiologia interventistica. Mi ha fatto così tanto piacere averlo creduto possibile per la durata di quei sogni.. Che qualcosa avranno pure voluto significare, giusto?

La realtà è che sono domande senza una risposta, senza un interlocutore ancora capace di darvi risposta. La verità è che quello smarrimento iniziale, che intuivo un anno fa, oggi è una certezza. E tutto quello che abbiamo fatto insieme oggi è, nella mia mente, un appartamento disabitato con le lenzuola sopra ogni suppellettile, a proteggerle dal deterioramento del disuso. Dalla mesta banalità della polvere, che non vorrei vedere depositarsi su una storia così. Mi dispiace non poter essere di conforto. Non poter dire che quelle promesse di perseveranza fatte un anno fa, ad oggi abbiano prodotto qualche frutto tangibile, qualche risultato produttivo. Sono stato abituato troppo bene. Non è comune avere qualcuno che quotidianamente, in modo vulcanico, ti fornisce spunti di lavoro, ricerca, studio ed approfondimento con la semplicità a cui sono stato abituato. E l’assestamento richiede tempo. Qui per ripartire bisogna prima farsene almeno una ragione, di quanto è capitato. E la demoralizzazione per tutto quello che si è interrotto, per quanto cerchi di ignorarla, è ancora troppa.

Varcare quotidianamente la soglia del nostro comune posto di lavoro, non aiuta. Più di tutto non aiuta constatare quanto le cose stiano cambiando, restando apparentemente immobili. Sarà anche per questo che ho così voglia di andare, chiudere tutto, e ricominciare altrove. Portando il buono che sono riuscito ad assorbire dalla vicinanza ad un Maestro così. Da lontano potrò raccontarmi che sei ancora lì, al lavoro, ad istruire nuovi piccoli me che, come me, saranno rapiti al primo contatto da un’intuizione, da una sensazione epidermica di valore umano e fascino per ciò che fai, per come lo fai. Del resto non tutto ha senso, né a tutto lo si può trovare; certe cose sono solo ingiuste e dolorose, e il massimo che si possa fare è cercare di non rimuginarci troppo su, a meno che non ci si senta momentaneamente in grado di farlo, nelle occasioni in cui ci è consentito prenderci un attimo per fermarci e commuoverci. E poi ripartire di nuovo. Muoversi da lì per andare avanti sarebbe l’ideale, darebbe a tutti questi discorsi un senso migliore, meno demoralizzante. E perdonami se ho trascorso un anno muovendomi in circolo, per ritornare proprio oggi al punto di partenza.





Massimo

17 05 2015

MAXProvo a mettere qui un po’ di pensieri e ricordi, perché in fondo questa storia va spiegata e raccontata. Perché voglio ricordarla così come l’ho vissuta in questi anni, che sono stati quasi fin da subito, dall’inizio, una lunga attesa, una lunghissima corsa contro il tempo. E ormai la corsa è finita, Prof. Nel 2006, studente al terzo anno di medicina, mi iscrissi ad un seminario che mi interessava parecchio, ché volevo fare il neurochirurgo e lì si parlava di aneurismi cerebrali. Una parte del seminario era riservata al trattamento degli aneurismi con tecniche endovascolari, di radiologia interventistica, e io manco sapevo cosa fosse. Arrivasti a seminario iniziato, poco prima che toccasse a te: casco della moto in mano, giubbotto di cuoio; sembravi il fratello maggiore di Stefano Accorsi, pensai. Beh, l’aria era un po’ quella.. Sta di fatto che nel giro di un’ora mettesti in campo una lezione elegantissima, e per me la neurochirurgia finì nel cesso; ho sempre fatto scelte drastiche, impulsive, sopratutto riguardo le cose più importanti, gli snodi della vita. E lì ho fatto la mia scelta; ricordo che mi informai, che chiesi in giro cosa bisognava fare, quale percorso, per arrivare a fare ciò che ci avevi mostrato, e fu così che scoprii che avrei dovuto fare il radiologo. Diedi pochi mesi dopo l’esame, e cominciai a frequentare il reparto, ma fui assegnato a seguire un settore che era quanto di più lontano potesse esistere da quello di cui tu ti occupavi, e ti persi pure un po’ di vista, anche se tutti sapevano che ero lì per tutt’altro. Passarono tre anni, durante i quali diedi anche l’esame di neuroradiologia, e lì scoprii che ti ricordavi il mio nome (ci eravamo mai parlati, prima?) e che forse sapevi qualcosa di me, dei miei interessi..non lo so, non l’ho mai saputo, e a sto punto non lo saprò mai. Arrivò il momento di preparare la mia tesi, e fu lì che mi decisi, e credendo di essere un perfetto sconosciuto, preoccupatissimo, chiesi di poterla fare con te. Me lo ricordo come fosse ieri: un sorriso, ti sedesti su un tavolino vicino alla TAC e rivolto verso di me dicesti “bene, mi fa molto piacere, Federico, voglio investire su di te”. Una frase fatta, sospettai, devo essere onesto. Ma allora nemmeno ti conoscevo personalmente, avresti potuto essere uno dei tanti, che però diversamente da molti faceva un lavoro figo. Ho capito nel giro di poco, quanto c’era di più. Qualche settimana più tardi ero in viaggio col mio camper, da post-terremotato, per un week end a Peschici, e decidemmo di fermarci su un autogrill a San Salvo. Combinazione, eri fermo lì anche tu. Notasti una lamiera che si stava sganciando da quel cesso di camper che mi portavo dietro, rientrasti per dirmelo, e mi salvasti la vacanza. Tre giorni dopo presentavi al cinema movieplex il tuo primo romanzo, e venni con la mia copia per farmela autografare, tanto ormai ero chiaramente quello che si definirebbe un “fanboy”. La tua dedica ancora oggi è una promessa: “ti ho salvato la vacanza, ma rischi che ti rovino la vita”. Ironico, come sempre. Mi sono laureato il 22 ottobre del 2010. Partii per un week end a Trieste per festeggiare, ed ero sull’autostrada, di ritorno, (il 25) quando mi chiamarono per dirmi cosa era successo. La tua malattia, la sua gravità, insospettabile.. stavi benissimo e fu un colpo per tutti, te compreso. Mi raccontarono che finita la TAC, e conosciuto il risultato, continuasti a lavorare, come se nulla fosse. Ed è allora che, se possibile, da mito sei diventato leggenda. E non ti ho più mollato, maledicendo gli anni persi ad assecondare scelte lavorative che altri avevano preso per me. E’ lì che è cominciata la grande corsa. In questi cinque anni abbiamo cominciato a sospettare che ce l’avresti potuta davvero fare. Certo, morivo di paura ogni volta che dal tuo studio mi chiamavi giù in risonanza per chiedere se c’era posto per te, per un controllo. Se c’era posto. Si, perché uno come te chiedeva sempre il permesso. Così come tutte le volte che chiamavi esordivi con “Federico, ti disturbo? sei in ospedale? volevo chiederti una cortesia – oppure – puoi salire nel mio studio?” come se avessi potuto davvero essere altrove, a pensare ai fatti miei o non avere tempo per aiutarti in ciò di cui potevi avere bisogno, in quelle cose in cui potevo esserti  – stranamente – utile. Insomma morivo di paura, per quello che avrei potuto trovare, al pensiero di ciò che avrebbe significato. E comunque non è mai successo, nonostante tutto. Per il resto, per tanti anni della tua malattia non abbiamo mai parlato apertamente, ovviamente sapevi che sapevo. E quando pochi mesi dopo divenne possibile operarti, la sera prima di partire per andarti a ricoverare tenesti un concerto, al termine del quale comprai il CD. Non ci siamo salutati di persona, ma ti ho inviato un messaggio, dicendo che l’autografo me l’avresti fatto al ritorno, facendoti l’in bocca al lupo e che facevo il tifo per te. Ancora conservo la risposta, e la conserverò per sempre: “grazie Fede. sei grande. a presto”. Le settimane che seguirono furono scandite dall’arrivo di tue notizie da quegli amici e colleghi che vennero a trovarti in ospedale. Che ci raccontavano di quanto fossi forte, che tutto era andato bene. Che la corsa poteva continuare. E continuò. In questi anni ne abbiamo fatte davvero tante: articoli, lavori scientifici, capitoli di libri, congressi, mi hai inserito dovunque potevi inserirmi, ti ho indegnamente sostituito tutte le volte che non potevi essere da qualche parte. Onorato e preoccupato al tempo stesso, ogni volta che mi annunciavi un impegno che volevi affidarmi, dicevi di volerlo fare perché cercavi di inserirmi, di farmi fare un curriculum degno, che un giorno ti sarebbe piaciuto farmi avere un posto da ricercatore. E sarebbe piaciuto anche a me restare legato al tuo nome, alla tua umanità nel lavorare, al tuo modo di incazzarti ed avere sempre fretta di fare tutto per il meglio. Mi avrebbe fatto piacere seguirti e crescere sotto il tuo controllo e la tua guida. Sorrido se penso a tutte le volte che ci mettevi ansia perché eravamo lenti, disattenti, e non vedevamo i pericoli che tu vedevi; anche in sala angiografica. Quando ti ho visto prendere in mano la situazione e salvare tante vite. E questo ti ripagava di tutto. Di tutti gli anni che hai dedicato a questa disciplina, a tutto quello che hai costruito con le tue mani a L’Aquila. Quei momenti davano a te e danno a noi oggi la forza di sopportare tutte le volte che invece, nonostante l’impegno, le cose vanno male. Anche se a costo di una tristezza che negli anni si accumula a tristezza. Ho sempre pensato che quel velo di tristezza che traspariva nei tuoi modi fosse il fardello di cui, inevitabilmente, un medico della tua umanità si fa carico nel corso di una vita in cui l’impegno non sempre può bastare a far andare bene le cose. Ci vuole culo. E tu non ne hai avuto quanto ne meritavi. Gli anni passati hanno segnato un lento, quasi impercettibile declino fisico. Ma la testa c’è stata sempre, fino alla fine. Solo due settimane fa, dall’ospedale, ancora a metterci fretta per consegnare dei lavori, che quando me li hai affidati dovevano essere tra i tanti che avremmo ancora dovuto fare insieme e che già mi avevi preannunciato. E invece saranno gli ultimi. Lo sospettavo, che sarebbe andata così, e difatti non avevo nemmeno voglia, per la prima volta, di portarli a termine. Sono fatto così, i romanzi che mi piacciono di più a un certo punto li leggo troppo lentamente, per paura del momento in cui arriverò a leggere l’ultima riga e saranno finiti. Per lo stesso motivo non ho mai voluto finire di leggere il tuo perché farlo, nel 2010, mi faceva pensare che – non lo so – finirlo subito sarebbe stato come affrettarmi inutilmente prima del tempo. Adesso posso leggerlo, ma già so che lo farò ancora più lentamente che se ci fossi ancora; leggerò il tuo romanzo considerandolo, in ogni riga, una piccola dose di ricordo e ci ricorrerò tutte le volte che ne sentirò il bisogno. Mi sembra impossibile che tutti noi non potremmo più mandarti a qualsiasi ora le foto di un caso assurdo, di cui non capiamo nulla, e restare in attesa della tua risposta, che per noi era, a ragione, oro colato. Mi sento, ci sentiamo, spersi, disorientati. Ieri notte al pronto soccorso eravamo in tantissimi, e mentre la città festeggiava l’adunata degli alpini eravamo al lavoro. Ho pensato che la cosa migliore che possiamo fare è applicare ciò che hai fatto in tempo ad insegnarci, e difendere quello che hai costruito. Ma non mi sento in grado. C’era ancora troppo da farci insegnare, e meritavi di avere il tempo necessario per farlo e per goderti tutto il resto. In questi giorni ho ricevuto tanti messaggi, da persone conosciute per lavoro e poi perse di vista, che hanno pensato a me sapendo (come?) quanto fossi legato a te; e mi sembra assurdo, dal momento che ho vissuto questo rapporto umano e professionale tendendomelo sempre per me, ché non volevo farmi parlare dietro, ed assurdo perché c’è chi ha più diritto di me di addolorarsi, in modo e per ragioni diverse, ed è a loro che penso oggi.

L’altroieri mi sono deciso poi a venirti a trovare un’ultima volta, per provarti a dire grazie per tutto quello che hai fatto, che hai significato e significherai sempre per me. Se ce l’ho fatta, è stato solo grazie ad Alessandra Splendiani, che era con me.. ed ha avuto più coraggio di me ad iniziare un discorso che mi sembrava crudele farti, e che comunque spero tu abbia potuto comprendere ed apprezzare nel suo valore umano. Il mio rapporto con te è stato costellato di cose non dette a parole, di momenti in cui avrei voluto dire quanto leggendario sei per me, che non ho detto perché non volevo sospettassi che fossi un leccaculo.. ché quelli lo so, ti sono sempre stati sul cazzo. Sento, però, che tutto quello che non ti ho detto mai a parole, in qualche modo lo hai saputo. Lo spero tanto. Non ho mai nemmeno avuto il coraggio di darti del tu, anche se mi sarebbe piaciuto togliere quella distanza, quella formalità. Sta di fatto che ci lasci molto, e che a noi resta il debito che mai avremmo potuto saldare con te. Non abbiamo avuto nemmeno, però, il tempo di provarci. A pensarci bene, non avresti potuto chiamarti in altro modo: eri davvero il Massimo che potevamo chiedere. Ciao Prof, spero che esista un aldilà, avremo un sacco di cose da dirci, e tu nuove canzoni da farci ascoltare.

Ti voglio bene.





CAMBI DI PROSPETTIVA

4 01 2015

nevsky-prospektDopo mesi trascorsi nei quali avevo persino quasi dimenticato di averne uno, qualche giorno fa ho fatto ritorno sul mio blog, per ridare un’occhiata a questo diario pubblico. La sua personalità mi appartiene, ma mi ci riconosco sempre meno. Sono cambiate così tante cose del resto, che sarebbe impossibile pensare di andare avanti nello stesso modo. Non mi occupo più, e per fortuna, delle vicende aquilane, a quest’ora sarei probabilmente impazzito del tutto. Dagli ultimi resoconti pubblicati negli anni passati ad oggi alcune cose sono cambiate, cioè tornando a L’Aquila trovereste tracce di ricostruzione materiale, qualche palazzo tornato alla luce, spogliato dalle impalcature e nuovi cantieri al lavoro nel centro storico. Ma ad ormai quasi sei anni dal terremoto, la vera sostanza delle cose non è affatto migliorata, nonostante qualcosa sia appunto tornato integro. Manca l’insieme, manca, ancora, la città. E sento che ci siamo tutti abituati a questo stato di cose. Io stesso ho cominciato il conto alla rovescia, in attesa del momento in cui potrò (se ne avrò occasione) finalmente andarmene da qui.
Servirebbe considerare, a questo punto, un cambio di destinazione d’uso di questo blog, visto che nel frattempo sono cambiate così tante cose ed è cambiata così tanto la mia prospettiva d’osservazione, che probabilmente più che considerarne un cambio di destinazione d’uso dovrei contemplare l’idea di una chiusura a tempo indeterminato. Del resto, sull’intestazione di Stazione MIR la scritta recita “L’Aquila e il resto, benvenuti nel blog di Federico D’Orazio”.
Ecco, la verità è che da troppo tempo, perché sia ancora possibile riprendere il cammino interrotto, Federico ha messo tutto “il resto” al centro della sua attenzione quotidiana. E L’Aquila è ormai uno sfondo, un fondale sempre più distante, sbiadito e anche un po’ sgradito delle mie giornate. Qui si sopravvive da troppo, e per noi è il tempo di vivere. Non interpreto questa consapevolezza come la constatazione di un impoverimento, anzi. E’ piuttosto un’apertura mentale. Ecco, sento di aver spalancato le porte al mondo, in attesa di vedere che succede, e per ora va bene così; è già questo, di per sé, fonte di un senso di attesa positivo e pieno di aspettative.
Del resto un blog è necessariamente una rappresentazione di chi lo anima, e se cambio io cambierà il blog. Cambierà chi lo legge. Cambierà per forza tutto, considerato che se prima scrivevo perché speravo qualcuno leggesse, nel futuro probabilmente, se scriverò sarà perché ho semplicemente voglia e bisogno di farlo. Di cosa, poi, si vedrà.

 





Torneremo a cose fatte

3 04 2013

L'Aquila (AQ), stemma di Carlo V con aquila bicipite all'ingresso del castello cinquecentesco

 

Noi Aquilani, di bilanci, ne facciamo in continuazione; ma l’Italia, per come la percepisco io, nella migliore delle ipotesi, ci ha “riposizionati” nelle graduatoria delle cronache al livello di periodico aggiornamento. Annuale. Ogni 5-6 di aprile negli ultimi anni si è tornati qua. I primi anni, in forma massiccia, con i camion delle radio e l’immancabile furgoncino Volkswagen metallizzato, col parabolone sul tetto, di SKYTg24. Poi, con presenze via via minori. Quest’anno, magari, avremo un paio di servizi al Tg della sera, con qualche numero snocciolato, per fare un bilancio a quattro anni. Con la sola eccezione di PresaDiretta e Riccardo Iacona, che riescono sempre a raccontarci fuori dalle ricorrenze con un dettaglio ed una preparazione che restano ineguagliate nei media nazionali.

Per noi, l’arte del “bilancio”, materiale ed affettivo, è un continuo e quotidiano esercizio mentale. A volte, mentre state per uscire di casa  per fare due passi e prendere un po’ d’aria (fredda!) le uniche due ipotesi in gioco (centro storico o centro commerciale?) si riducono sempre ed invariabilmente, nonostante tutto, ad una sola. L’unica possibile. Centro storico.

Vi mettete in macchina, vi fermate nel traffico, arrivate in centro e cominciate la rassegna. Ogni volta con spirito differente. Ci sono quelle volte che pensi, mentre stai arrivando, “andiamo a ricontare i sassi”. E quelle volte che  basta una transenna in meno, una demolizione in più o un cantiere minimo in più, a farti pensare che qualcosa si sta, lentissimamente, muovendo. Dai, ce la possiamo fare, andiamo incontro alla bella stagione, i lavori saranno facilitati. Magari, stavolta, qualche affresco si salva. Qualche casa verrà riabitata. Magari un pezzettino di qualche vicolo tornerà vitale.

Ovviamente le deduzioni appena citate variano a seconda dello spirito del momento; possono essere di segno opposto ed ugualmente valide al compimento del successivo transito per la stessa strada, in un’ altra occasione.

Tutto ciò avviene in una cornice decadente, come potrete ben immaginare, ma comunque più o meno sempre popolata.

E’ talmente forte il desiderio di vivere un entro storico con l’abitudine che prima tutti noi avevamo, mai abituati a fare vita di quartiere e tantomeno di periferia, che ogni volta che ci si reca in centro, si incontra sempre qualcuno. Purtroppo, sono incontri di stile differente da una volta. Se un tempo, anche nelle ore più tarde, bastavano poche persone lungo il Corso principale a fare un gran vociare di vita, oggi anche con un numero maggiore di persone in circolazione il silenzio regna. Si entra in città chiacchierando, e subentra involontariamente dopo pochi metri, il silenzio. Tutt’al più si parla a voce bassa. Si passeggia come quando si è al cimitero; il chiasso non sta bene. Può sembrare un paragone eccessivo, ma provate a farci caso, se passerete per sbaglio di quì. Non noterete significative differenze.

Ad aprile, poi, la città trasuda lutto in ogni angolo. Spontaneamente. Tornano gli stendardi della processione del venerdì Santo, gli stessi che nel 2009 furono rimossi a settembre, gli stessi rimasti impigliati in alcuni casi nei puntellamenti messi in fretta dai Vigili del Fuoco di tutta Italia con una bravura da veri maestri d’ascia. Quei manifesti mi inquietano, mi mettono addosso un senso di morte che rifuggo.

Così ci prepariamo anche quest’anno alla fiaccolata della notte tra 5 e 6 aprile. L’anno scorso non andai per la prima volta. Quest’anno non so. Certo, la città sarà piena di una folla silenziosa e composta. In quella notte potrei sentirla vicina, la mia gente. Dimenticherei che anche tra loro c’è una moltitudine di aquilani che ancora pensano che se oggi ci fossero ancora Bertolaso & Berlusconi al loro posto le cose sarebbero andate diversamente.Quelli che se avessero reagito con noi all’inizio allora sì che forse qualcosa sarebbe andato diversamente. E quelli ( forse gli stessi?) che hanno affittato i loro alloggi del progetto CASE, quelli che li hanno occupati pur abitando nella casa al mare. Quelli che in centro non li incontri mai, che le vetrine della città le hanno sostituite con quelle del centro commerciale e per loro non fa differenza. Anzi, forse è pure meglio, perché non paghi il parcheggio e pure se piove non ti bagni, e tutto è a portata di mano, e in fondo i negozi sono quasi gli stessi, non è cambiato granché.

Quelli lì, possono aspettare anche una vita, so che non gli peserebbe.

Quelli come me dopo quattro anni sono stati fiaccati, la protesta per le strade non gli va più perché anche quella li ha delusi. E quando facciamo due passi in centro almeno una volta la settimana, e ci sembra tutto fermo o troppo lento per i tempi di una vita normale di un uomo, ci viene la tentazione di andare. Con la promessa che torneremo. Ma tra quindici anni, magari. E comunque solo a cose fatte.

Buon anniversario.

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LA NOSTRA UNICA VITA

7 01 2013

Vorrà dire qualcosa: è quasi un anno che non scrivo più nulla, e se lo scopo di questo blog fosse tenere una sorta di registro sui passi avanti compiuti dalla mia città, potrei tacere ancora a lungo.

Fortunatamente, noi non restiamo altrettanto immobili. Anzi, forse, raccontare quanto può accadere in dieci mesi di una vita normale può rendere ancora più chiaro quanto sia scollata la vita della città dalle vite delle persone che quella città la dovrebbero fare.

Perciò un breve ma significativo elenco di fatti avvenuti: sono entrato nella Scuola di Specializzazione in Radiologia, lavorerò qui per cinque anni, ricevo uno stipendio di tutto rispetto; e (cosa più importante) sono un medico Aquilano che lavora a L’Aquila. Da cinque mesi la mia ragazza è la mia compagna. Abbiamo una casa in affitto, che è il nostro castello. Abbiamo una vita insieme.

La mia vita, quindi, si è rivoluzionata nel vero e più profondo senso del termine; è un’esperienza comune, capita ogni anno a migliaia di persone, ma quando capita qui a L’Aquila, se ti fermi a pensarci, vedi il tuo “quadro” cambiare in una cornice sempre uguale a se stessa. Tu evolvi in un ambiente che rimane quasi fermo, che si modifica con un ritmo diverso dal tuo. Manca armonia evolutiva. Ce ne eravamo già accorti, con un agghiacciante sconforto ancora vivo nella memoria di ognuno di noi, scoprendo l’immobilità imposta alle nostre vite in una città improvvisamente ferma, nella distruzione dell’immediato post-terremoto. Eppure ancora oggi, i più fortunati di noi (me compreso), hanno riperso il corso delle loro vite con un ritmo ed una velocità che non riescono ad essere eguagliati dalla nostra città; non la vivo bene, questa situazione.

Puoi fare miracoli, in un certo senso; mancherà sempre qualcosa; e qualcosa di grosso.

Puoi iniziare una nuova vita davvero adulta, ma c’è sempre un freno implicito, imposto dall’esterno.

Qualche giorno fa qualcuno aveva postato su Facebook una foto di Piazza Palazzo, che risaliva ad un gennaio ante-terremoto (esattamente quella qui riportata); L'AQUILA Piazza Palazzo nulla di più che uno scatto nel quale è rimasto immortalato un momento davvero insignificante (nella mente, all’epoca, di ognuno di noi), e niente di diverso dal “memento” a cui spesso ci si abbandona, tra Aquilani.

Ho immaginato, allora, di immergere in quell’immagine, l’io che sono oggi; di camminare, nel freddo di Gennaio verso la torre del Palazzo, annusando appena svoltato l’angolo del Convitto Nazionale l’odore meraviglioso che emanava ogni mattina il pane caldo del forno di Prata dalla vicina Via Patini.

Alle nove del mattino, magari; quando la nostra medio-borghese città di provincia (eppure capoluogo) ancora si permetteva il lusso di essere sonnolenta. E quel transito discreto di persone che, inconsapevolmente, potevano godersi lo spettacolo della normalità della nostra L’Aquila bellissima, pur se perfettibile. Ma allora così vicina alla perfezione, se paragonata a ciò che ne resta oggi.

Quando compi questo sforzo d’immedesimazione, te ne accorgi. Stai vivendo una vita che in qualche modo non è tua. Che, anzi, è la tua; ma semplicemente non avrebbe dovuto esserlo.

Qualche cosa sta pure cambiando, anche nel centro storico. Alcuni cantieri sono partiti, alcune demolizioni sono cominciate, sia dentro che fuori dalle mura della città. Ed una speranza che qualcosa stia partendo ce la voglio vedere. Ma c’è un vuoto enorme da colmare, noi siamo chi più chi meno in corsa, e L’Aquila sta appena cominciando a muovere i primissimi, insicuri e malfermi passi.

Vorrei che fosse chiaro a chi ci amministra che ogni esitazione, ogni ritardo, ogni volta che ciò che poteva essere fatto ieri viene rimandato a domani, la distanza tra noi e la città si dilata rischiando di spezzare l’elastico (o il tirante) che ancora, nonostante tutto, ci tiene uniti.

Io voglio vivere il momento in cui torneremo a camminare con la nostra città con un passo all’unisono. Ma non potete chiederci che per farlo, (forse, tra vent’anni) noi nel frattempo si resti fermi. Là fuori c’è la nostra unica vita.

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FINCHE’ AVREMO LA SUFFICIENTE PAZIENZA

29 02 2012

Et voilà, sono a C.A.S.A.

Dopo una sosta all’elettrauto causa due mesi di immobilità della mia macchina, ho ripreso il contatto con la mia città-territorio(estesissimo, ormai) prima di rituffarmi da domani nel “jam” della routine lavorativa. Commissioni da sbrigare, saluti da fare, contatti da riprendere. Giravo (lentamente incolonnato nel traffico di sempre), riscoprendo angoli del mio cielo.

Chi mi ha visto dice che lo facessi con espressione felice. Ed è vero, i due mesi trascorsi mi hanno donato uno stato di grazia evidente, di cui io percepisco gli aspetti esteriori ed interiori. Torno a casa con nove kg in meno ( a Parigi si cammina, non si è costretti a salire in macchina per andare da A a B), mi sento più reattivo e contemporaneamente disteso. Vigile, senza essere sull’attenti. Neurologicamente ristorato, decisamente (più) orientato. Con altrettanta nettezza non posso non notare che qui non c’è stato nessun cambiamento tangibile. Anzi, si annusa fin troppo chiaramente che si sta per abbattere su di noi la nuova ed attesa sciagura delle elezioni amministrative, e che quindi l’unico cambiamento possibile minaccia di dimostrarsi, a brave, un buco nell’acqua che rischia di essere l’ultima delusione. Quella definitiva.

Basta un giro su Facebook, per averne la prova. Articoli scritti dalla solita parte di faziosetti-giornaletti web locali dietro “imbeccata” dei maggiori candidati locali. E scopro che (le combinazioni, alle volte!) dopo tre anni, è pronto il “Piano Strategico” per la ricostruzione del centro storico. Giustamente c’è chi nota quanto l’aggettivo sia sibillino. Strategico per chi, non c’è bisogno nemmeno di starselo a chiedere, visto che la congruenza temporale con le prossime elezioni non può essere nemmeno lontanamente un caso. E chi sostiene il contrario offende la sua intelligenza, prima di quelli a cui lo racconta. Dopo tre anni finalmente sembra sbloccata anche la pratica per la ristrutturazione del mio condominio inagibile ed ora siamo da questa settimana tutti affaccendati nel preparare pacchi, imballare vita ormai congelata ad un’altra epoca, in attesa di poterla domani dischiudere nuovamente nel giorno di un’alba futuribile e forse davvero futura.Quindi, se vai come ho fatto oggi, a casa tua rischi anche di incontrare qualche vicino di casa che finalmente torna per fare qualcosa di utile, e non solo per contemplare la distruzione e l’abbandono.

Dopo tre anni finalmente sono (quasi) tutti usciti allo scoperto con i loro “endorsement” nella marea montante di liste civiche candidate al riscatto, alla rinascita, a rimettere ali alla nostra Aquila zoppa perché possa “tornare a volare”. Figura retorica diffusissima da queste parti sin dalla prima ora post-sismica, non posso fare a meno di mettere per iscritto quanto la trovi patetica e vuota. Perché in primo luogo per “tornare” a far qualcosa, bisogna assolutamente che quella tal cosa (e nel nostro caso si tratta di un volo, per di più rapace) la si sia fatta anche in passato. E L’Aquila, diciamocelo con tutta onestà, non ha mai (a memoria d’uomo) spiccato alcun volo. Questa è sempre stata una terra di “decrescita felice” o meglio (tutto sommato) serena; negli ultimi anni la serenità l’ha via via persa, fino a dimenticarla del tutto da tre anni a questa parte.

Dunque, questo è il punto di partenza.

Su cui si sono sedimentati tre anni di impegno civico di una parte della cittadinanza, mentre altre porzioni di società partivano per la tangente, chi iniziando seriamente a pensare di levare le tende verso lidi più amichevoli, chi profittando a piene mani degli aiuti a pioggia che venivano inviati dallo Stato a tutti quelli che avessero sufficiente scaltrezza di approfittarsene. Anche se da subito siamo stati raccontati agli Italiani come gente dignitosissima, è inutile negare di cose indegne da parte di aquilani di ogni rango se ne siano viste, e tante. Atti di autentico accattonaggio del più basso spirito, e furbizie più elaborate e redditizie da parte dei soliti, prevedibili, ben introdotti. E condanne levate con sdegno, altrettanto qualunquista, verso chi queste cose le denunciava; che veniva puntualmente tacciato di essere parte ed incarnazione stessa dello spirito del pettegolezzo locale, di quel “dice che” che sembra davvero l’unica cosa incrollabile da queste parti.

Mi rendo conto quanto sia impossibile e forse inutile tentare di riassumere tre anni trascorsi con la prospettiva di chi ci ha pensato immergendosi in una vita finalmente normale, anche se a scadenza. Ma lo scopo del mio scrivere è fare il punto, prendere il fiato e prepararmi a questa lunga permanenza a casa.

Vedo da un lato cittadini frammentati nel concretizzare il loro impegno civile in ambito politico da candidati, e credo che questa divisione sia il miglior favore che si potesse fare ai vecchi interpreti della politica locale. Vedo una stanchissima armata bracalone che è la nostra amministrazione uscente avere addirittura l’ardire di ripresentarsi alla prossima tornata come se nulla fosse stato dei suoi marchiani errori del passato, nonostante siano stati a più riprese ammessi e poi negati, in una continua altalena tra verità e menzogna che è quanto di più deleterio ed insopportabile per una città intera alla ricerca di un punto di senso comune dal quale ripartire. E vedo tanti che aspettano, in disparte e al tempo stesso candidati, che siano tutti gli altri a sbagliare per consegnargli la vittoria del prevedibile secondo turno nelle loro mani, senza fare alcuno sforzo ideativo da sottoporre al vaglio del popolo “sovrano” (che lo ridiventa però, solo ad ogni tornata elettorale e poi la sua sovranità deve dimenticarla fino a nuova interpellanza). Non so, ma le premesse per l’ennesimo fracasso improduttivo mi pare ci siano tutte, perché le basi di questo prossimo, possibile e a questo punto definitivo (?) fallimento collettivo sono state gettate e rinsaldate con l’inutilità deleteria di questi tre anni trascorsi senza mai incontrarsi davvero. Tre anni passati chi a rimboccarsi le maniche per costruire un’alternativa partecipata dal basso, chi ad accreditarsi per il suo prevedibile impegno politico (o a cercare di restare in sella per il futuro)  e chi, molto più semplicemente (e sono purtroppo la stragrande maggioranza) a farsi, come sempre e in tutta naturalezza, i cazzi propri. Insomma, quì si vuole andare avanti senza essere d’accordo né essersi minimamente parlati di quanto ci lasciamo (o dovremmo lasciare, meglio) alle spalle. A me sembra follia.

Come è folle l’essere felici di tornare ad aggirarsi da queste parti, sperando che abbia senso tra qualche anno, la scelta fatta all’alba del 6 aprile, di restare per essere in qualche modo d’aiuto. Finché avremo la sufficiente pazienza.

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