TEMPO PER L’AQUILA

27 08 2011

Sono mesi che qui non si scrive nulla di nuovo. E non voglio mentire, preannunciando un risveglio che non ci sarà. Probabilmente, non più. Esiste una sola vera ragione di questa assenza e di questo silenzio: non affronto più a viso aperto le durezze di una vita terremotata. Sento la necessità di conservare le forze, per sopravvivere ad una lunghissima attesa, che inizio a percepire quasi disperata.

Avverto simili ragioni nel silenzio di tanti miei amici di disavventura, che pure come me nei primi mesi dopo il terremoto avevano dato alla luce quotidiane riflessioni e spunti di reazione a ciò che vivevamo, allora, per la prima volta.

Sono trascorsi ormai due anni e mezzo e le energie , seppur non ancora esaurite, vengono automaticamente (?) profuse in sforzi che promettono soddisfazioni più a portata di mano. Studiare, lavorare, preparasi per un’esperienza di lavoro all’estero, nel mio caso. Tirare avanti con una qualità di vita minimamente accettabile, credo sia lo sforzo di tutti gli altri. Pensare alla collettività, ai problemi ancora attuali (dopo due anni e mezzo!) nella loro complessità è un lavoro (anche quando lo è solo a livello mentale)che reputo sfiancante.

Dopo una maratona non si può correre alla stessa velocità una salita troppo in pendenza. Si tira il fiato, si rallenta, e si comincia l’ascesa senza fissare la sommità. Ché la vista del tragitto che manca può mozzare le gambe più forti.

La ragione per cui ho deciso di scrivere oggi una nuova piccola pagina del mio blog, è che mi rendo conto di essere passato nella fase in cui l’amore disperato per la mia città distrutta si è trasformato in un disamore  pressoché totale per tutto ciò che oggi la caratterizza, per tutto quanto non ha più ormai da offrire. Ed essere consapevoli che nemmeno prima del terremoto la città offrisse granché, non aiuta a tollerare con più indulgenza il suo stato attuale. Ma la città ormai non offre nemmeno la speranza: è sporca, abbandonata, puntellata e sembra ci si accontenti di questo. Le serate estive vedono il suo centro storico brulicare di persone, che rigirano tra i 4 locali aperti ai piani terra di palazzi semi-distrutti. Uno scenario post-atomico, che pure ti solleva l’angoscia degli inverni in cui hai visto la tua città marcire nella solitudine del nostro freddo. Ed è quest’idea del volersi rallegrare del poco che abbiamo,il fatto stesso di rendersi conto dell’enorme compromesso che stiamo accettando in silenzio che ti fa dire che non fa per te. Che se è di questo che gli Aquilani vogliono farsi bastare per un tempo indefinito, tu non puoi accettare di uniformarti alla massa. Non stavolta. E allora via, e arrivederci L’Aquila, pensi. Eppure la forza di andare via davvero non la si ha. Non per ora.

Prigionieri di un non più luogo e di un non più tempo. Ad aspettare chissà cosa.

Credo che solo esprimendomi così riesco a rendere l’idea di impotenza totale che avverto se per un attimo mi fermo a pensare.

Ci vuole tempo, ci dicevamo all’inizio. Ma l’illusione di trascorrere un tempo anche lungo in modo operoso e proficuo sembrava più tollerabile (e lo sarebbe stato, in effetti) di questo tempo immobile che viviamo da mesi e mesi. Il tempo passa, eppure tutto sembra sempre lo stesso.

E’ sempre lo stesso.

Il tempo prima lo pensavo come la ragionevole attesa per tornare a vedere i danni riparati e la vita riprendere dove si era interrotta. Oggi il tempo è un diluente del dolore, della noia, della rabbia e dell’ immobilità.

E’ quanto ci porta ad adattarci solamente al nuovo ordine di cose in città. E’ quello che ormai non ti fa più tentare di percorrere strade che sai chiuse da anni. Che nel calcolo mentale del “dove parcheggio” che fai ogni volta che visiti il centro non ti fa più considerare altro che le uniche DUE vie di accesso, sempre le stesse.

E’ stato il tempo trascorso a farmi credere che questa città anziché amarla, valesse la pensa detestarla. E magari anche dimenticarla per andarsene definitivamente altrove. E’ già che ci sei anche il più lontano possibile. Via da questa Italia che ti fa anche un po’ schifo.

La ragione per cui ho scritto questo post è che voglio sottoporvi il filmato che trovate all’inizio.

“Tempo per L’Aquila” è stata scritta, suonata e registrata da alcuni artisti Aquilani non professionisti che ben conosco. Molti di loro sono medici. Uno di loro è molto più che il mio relatore di tesi, ma non è questo che ora importa. Tre giorni fa hanno suonato  le loro canzoni in Piazza Palazzo (quella delle macerie rimosse dalle carriole ai bei tempi, per intenderci). Tra cui questa. Riascoltandola, ho rivissuto l’emozione di quel giugno 2009.

Allora, un po’ il tempo avremmo voluto fermarlo e dilatarlo. Senz’altro avevamo sperato che il tempo per L’Aquila potesse essere speso molto meglio di quanto in realtà non sia stato fatto. Riascoltandola, avrete senz’altro un tuffo al cuore. E capirete magari anche voi che il tempo non ha ancora cancellato l’amore, totale, per le pietre della nostra città. In qualche modo, per quello che ognuno di noi può, ma per favore: diamoci tutti da fare.

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4 responses

27 08 2011
Oscar

A me spiace dirlo ma per l’Aquila farà la stessa fine delle altre città terremotate (vedi il Molise e l’Irpinia) persone che ancora vivono in quei container e non hanno mai più ottenuto aiuti ne le loro case. La verità è che qui in Italia che ci sia un politico di destra o di sinistra a governare se ne fregano. Io ho visto tanti documentari (sopratutto su Sky) di come i giornalisti delle testate nazionali hanno detto tante di quelle stupidagini che ormai ho capito come funziona. I giornalisti dicono in tv solo quello che la gente vuol farsi sentire dire non dirà mai la verità. Ora dell’Aquila e dei suoi cittadini nessuno più ne parla se ne sono tutti dimenticati. E’ un vero schifo e solo qui può succedere. Dovreste voi darvi da fare altrimenti l’Aquila non tornerà mai più come prima.
Un saluto,
Oscar

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9 09 2011
mimmo

“… perchè ogni uomo
senza battaglie
non può sentirsi
un uomo un uomo
un uomo un uomo
un uomo … ” (Patty Pravo, Tripoli 1969)

…. a volte le vite prendono pieghe diverse da quelle che ci aspettavamo.
Forse è così che si diventa uomini.

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3 10 2011
Barbara

Non ho consigli da dare. Tante volte mi chiedo cosa avrei fatto io e a come avrebbero reagito i miei concittadini nella stssa situazione.
Purtroppo non è solo una questione di tempo, credo, ma anche di qualità del tempo trascorso, e certo negli ultimi mesi sono successe troppe cose che allontanano ulteriormente la speranza che le cose possano cambiare in meglio.
Vi auguro davvero di trovare stimoli, energie e motivazioni per continuare a lottare e credere nel futuro della vostra città e di questa nazione.
Certo che questa classe politica (tutta) la voglia di emigrare la fa crescere ogni giorno!

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12 10 2011
Carlo

Da non aquilano che ha cercato di seguire le vicende de l’Aquila soprattutto attraverso i vostri blog, è da un po di tempo che mi sono accorto di un diffuso senso di stanchezza, di quasi rassegnazione, di velata sconfitta che traspare dai racconti che leggo o, semplicemente, dai blog che non raccontano più.

Sarebbe assurdo non capirvi. Questo nostro, sta diventando un Paese che sfianca anche coloro che non vivono in una città terremotata, figurarsi voi.

Non ho consigli e neanche motivazioni che possano accendere speranze nel prossimo. E’ vero che “dovremmo darci tutti da fare” ma, poi, basta guardare al Paese ed a quello che siamo stati capaci di “tollerare” negli ultimi mesi per capire che, francamente… devono aver sparso un virus nell’aria che ha annullato ogni residuo di dignità negli individui.

Rimangono valide le scelte ed i comportamenti individuali, quelli che ti consentono, nonostante tutto, di guardarti allo specchio e provare stima per l’immagine che viene riflessa. Qualuque sia la scelta di vita che farai, è questo che mi sento di dirti.

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