LOOP

15 05 2016

MAX

Per molte volte, a più riprese, sono riuscito a tirare tutto indietro, a metterci un tappo; a distrarre la mente eludendo la naturale inclinazione a pensarci ancora, e ancora su. E per ognuna di queste volte, a malincuore, dopo aver indugiato sui miei ricordi, sulle mie riflessioni che rischiavano di essere infinite e dolorose, ci sono riuscito; riuscirci non significa vincere, lo so bene, ma abbiamo il dovere di non aggravarci lo spirito; non è forse così che si va avanti?

L’anno appena trascorso è scivolato via in questo continuo oscillare tra il ricordo (spesso divertito), il rimpianto, e lo sforzo (improduttivo, nel mio caso) di provare a seguitare, indovinando un percorso ed una strategia che non intuisco più. Manca la guida, la fonte d’ispirazione, lo sprone quotidiano e costruttivo che lavorare insieme ha rappresentato fin dal primo giorno. E so anche che sarebbe una causa d’irritazione, trovarci a fare a quattr’occhi questo discorso, se solo fosse possibile. E’ capitato invece di incontrarci in sogno, di chiacchierare di lavoro, della nostra città, di futuro, il nostro, come se il tempo si fosse fermato. Come se fossimo ancora in viaggio verso Camogli, quando  con la mia macchina andammo insieme al raduno annuale di neuroradiologia interventistica. Mi ha fatto così tanto piacere averlo creduto possibile per la durata di quei sogni.. Che qualcosa avranno pure voluto significare, giusto?

La realtà è che sono domande senza una risposta, senza un interlocutore ancora capace di darvi risposta. La verità è che quello smarrimento iniziale, che intuivo un anno fa, oggi è una certezza. E tutto quello che abbiamo fatto insieme oggi è, nella mia mente, un appartamento disabitato con le lenzuola sopra ogni suppellettile, a proteggerle dal deterioramento del disuso. Dalla mesta banalità della polvere, che non vorrei vedere depositarsi su una storia così. Mi dispiace non poter essere di conforto. Non poter dire che quelle promesse di perseveranza fatte un anno fa, ad oggi abbiano prodotto qualche frutto tangibile, qualche risultato produttivo. Sono stato abituato troppo bene. Non è comune avere qualcuno che quotidianamente, in modo vulcanico, ti fornisce spunti di lavoro, ricerca, studio ed approfondimento con la semplicità a cui sono stato abituato. E l’assestamento richiede tempo. Qui per ripartire bisogna prima farsene almeno una ragione, di quanto è capitato. E la demoralizzazione per tutto quello che si è interrotto, per quanto cerchi di ignorarla, è ancora troppa.

Varcare quotidianamente la soglia del nostro comune posto di lavoro, non aiuta. Più di tutto non aiuta constatare quanto le cose stiano cambiando, restando apparentemente immobili. Sarà anche per questo che ho così voglia di andare, chiudere tutto, e ricominciare altrove. Portando il buono che sono riuscito ad assorbire dalla vicinanza ad un Maestro così. Da lontano potrò raccontarmi che sei ancora lì, al lavoro, ad istruire nuovi piccoli me che, come me, saranno rapiti al primo contatto da un’intuizione, da una sensazione epidermica di valore umano e fascino per ciò che fai, per come lo fai. Del resto non tutto ha senso, né a tutto lo si può trovare; certe cose sono solo ingiuste e dolorose, e il massimo che si possa fare è cercare di non rimuginarci troppo su, a meno che non ci si senta momentaneamente in grado di farlo, nelle occasioni in cui ci è consentito prenderci un attimo per fermarci e commuoverci. E poi ripartire di nuovo. Muoversi da lì per andare avanti sarebbe l’ideale, darebbe a tutti questi discorsi un senso migliore, meno demoralizzante. E perdonami se ho trascorso un anno muovendomi in circolo, per ritornare proprio oggi al punto di partenza.

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4 07 2016
Valentina

Vivere è, insieme, accumulo e perdita. Incontrarsi e dirsi addio. Volti, nomi, storie, sentimenti, persone. Ci vengono incontro, ci affiancano, ci accompagnano per un tratto di strada; poi se ne vanno, prendono altre vie, altri sentieri; a volte si fermano, e rimangono lì, e ci guardano allontanarci e diventare sempre più piccoli, sempre più distanti, mentre proseguiamo il cammino e spesso neppure ci voltiamo indietro, presi da mille pensieri,
gli occhi e la mente intenti alla prossima meta. Ma ci lasciano, tutti, qualcosa. Un fardello piccolo o grande, prezioso sempre; ci lasciano il balsamo misterioso e dolcissimo dell’assenza.
L’assenza è una voce che non sentiremo più, eppure ci parlerà dal profondo del cuore nell’ora più buia, nel giorno più difficile. L’assenza è una mano che puoi stringere forte quando ogni altra mano ti sfuggirà e il coraggio parrà venirti meno. L’assenza è un ricordo che a chiunque – ma non a te – parrà banale, è una fotografia in bianco e nero, una frase che contiene un mondo, una cantilena imparata non sai più quando e dove, un sorriso, un’amarezza seppelliti nella memoria. E’ una sera d’estate con le nuvole alte nel cielo, antichi re delle fiabe che partono per l’esilio; è una strada ripercorsa tante volte, è il Natale come lo aspettavano i bambini, un giardino misterioso come la giungla nera, un pomeriggio giocato all’ombra di un cortile, mitologia quotidiana, lessico familiare, epopea domestica.
L’assenza è il tempo che ti pareva inesauribile e invece non c’è più, il tempo per tutto ciò che non hai saputo dire, che non hai potuto fare; è il rimorso per un bacio mai dato, per una lettera non spedita, per le parole inutili e i silenzi crudeli. E’ l’amore che ti porti dentro, è quello che resta quando tutto finisce.

Il rendiconto ultimo, il significato del vivere.

(Gabriele Ferraris – La Stampa, Torinosette, 4 Giugno 2004)

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