LETTERA APERTA A L’AQUILA – IL VIDEO

30 12 2009
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5 responses

31 12 2009
olinka

bellissima e commovente….

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31 12 2009
titti cervale

Caro Federico, bravo sul serio. Hai espresso in modo chiaro tutto ciò che si agita nei pensieri dei cittadini/e aquilani giusti, onesti ed intelligenti.
Quanto mi piacerebbe che partecipassi ai nostri incontri del gruppo italia dei Vaòlori dell’Aquila!
C’è bisogno di gente come te.
Buon anno, tanti auguri dal profondo del mio cuore

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31 12 2009
antonio

Bella, molto bella che colpisce. Credo vada riferita a L’aquila e tutti i comuni del cratere

Per un nuovo anno migliore(!)

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31 12 2009
maurizia

Si può nascere trasteverini,ma essere aquilani fino nel midollo. Il resto ce lo siamo detto a voce. Bravo e grazie.

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11 01 2010
mimmo

“Com’era, dov’era. E’ il primo traguardo.
Un grido dell’anima, lo stesso che nel ’76 rimbalzò nelle valli del Friuli per dire no alle new town, che allora si chiamavano Grande Udine e Grande Pordenone.
No, grazie. Di bessoi, facciamo noi, e fu l’inizio di una rinascita modello. Pietra su pietra, prima le fabbriche, poi le chiese, solo alla fine le case. L’Aquila non è ancora in grado di fare da sola, ma il suo traguardo è segnato. Dov’era, com’era. E’ la missione degli aquilani, non appena sarà cessata la gestione statale dell’emergenza. Riprendiamoci questa città bellissima, torniamo nei vicoli, nelle piazze, nei chiassetti. Immaginiamo chiese e palazzi al loro posto, le botteghe aperte, i mercati vivi. Proviamo ad ascoltare le voci. Cos’è mai una città senza la sua city, una comunità senza le sue radici, una perla della civiltà appenninica senza le tracce fiere del suo vissuto secolare ? Pietra su pietra, prima i luoghi della cultura, che sono le fabbriche dell’Aquila, poi tutto il resto.
Condividere. E’ il secondo traguardo.
Quello che serve all’Aquila, oggi, è anche ricostruire il suo ruolo di capitale regionale, il rapporto con i molti Abruzzi che convivono in un solo confine e con il naturale orizzonte adriatico della regione. Da grido dell’anima a programma, com’era dov’era rischia altrimenti di trascinarsi dietro l’equivoco di un regionalismo strabico : la costa e l’interno, Gaspari e Natali, un’autostrada di qua, una di là, palla ovale contro palla rotonda e le due città-locomotiva divise per sempre. Pescara e L’Aquila, un’indifferenza più antica dei trent’anni di vita regionale che ha pesato nelle ali dell’Abruzzo. Insieme a lutti e disastri, il terremoto ci consegna anche alcuni conti con la storia. E’ un dovere saldarli. Non sarà tutto ‘dove’, purtoppo. E non dovrà essere neanche tutto ‘come’ prima. E’ la condizione posta dalla straordinaria catena di solidarietà che, dopo il terremoto, ha unito l’Abruzzo come nulla prima. La piaga comune dell’emigrazione, il lungo inverno del ’43, o la ‘doppia fuga’, Ortona e Gran Sasso, che avviò al tramonto l’esperienza monarchica e fascista. Pietra su pietra, cementando le nostre pietre con una vision comune all’intero Abruzzo.
Dirsi tutto. E’ il terzo traguardo.
Anche da qui si riparte e non sarà facile. Sotto le macerie del 6 aprile ci sono pezzi indispensabili di verità. Non soltanto la straordinaria catena di responsabilità che, da pochi giorni a molti anni prima della catastrofe, ha contribuito a cancellare una cultura antisismica scolpita da secoli di storia e buone prassi individuali e collettive. A lungo, sulla coscienza di classi dirigenti politiche e elite economiche, peseranno anche leggerezze, omissioni, scorciatoie verso il profitto : tutto ciò che ha trasformato in bare di cemento intere porzioni della città moderna, compresa la casa dello studente. La San Giuliano d’Abruzzo, la più dolorosa delle piaghe che interpella in maniera cruda le nostre anime : quanto l’Aquila è stata ingrata con i suoi studenti, la prima delle sue ricchezze ?
Diciamoci tutto. E’ questa la prima pietra.” Paolo Mastri-MU6

Auguri a te, figlio mio.

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