Buona la prima

21 01 2012

Il treno ha appena cominciato a muoversi, partendo con una precisione oraria che non smette di stupirmi. Già all’andata, l’avevo preso all’ultimo secondo, pur essendo uscito da casa un’ora e mezza prima della partenza prevista. Lascio Bourg St. Maurice, avvolto da un bianco assoluto e totale, bianco su(nel cielo) e bianco giù. Ha ripreso a nevicare, dopo le bufere incessanti di neve che si erano interrotte solo stanotte, a tarda ora. Il TGV su cui mi trovo è uno di quelli a due piani, ed io ho prenotato sia all’andata, che al ritorno, un posto sul piano superiore. Estremamente silenzioso e veloce, fende la nebbia nevosa che lo circonda attraversando le piccolissime stazioni che incontriamo a tutta velocità, senza fermarsi. Come per il viaggio di andata, i compagni di viaggio sono tutti in tenuta sportiva, con al seguito sci, tavole da snowboard, e per lo più giovani. C’è anche una coppietta di anziani, lei con una pelliccia così vecchia da sottolineare l’età della proprietaria, ed il marito, che evidentemente ancora si ostina a voler sciare, è salito a bordo con gli scarponi attaccati tra loro con dei lacci, avvolti in una bustina di plastica. Vai, nonnetto, anche per stavolta riporti a casa tutti e due i femori intatti(o forse è portatore sano di protesi?). Mentre scrivo, e guardo il paesaggio di fuori, mi rendo conto di quanto mi siano sempre piaciuti i viaggi in treno, specialmente quelli lunghi come il mio di oggi. Sarà che ne ho presi pochi, e sempre tutti su treni veloci. Ma in treno si ha la sensazione di poter gestire meglio l’attesa dell’arrivo. All’andata, per esempio, ho visto  un film che avevo scaricato sul Mac, e letto un po’ quel libro di Sandro Veronesi comprato a Trieste per il viaggio premio di tre giorni subito dopo la mia laurea, e che finora non avevo mai avuto il tempo e la voglia nemmeno di sfogliare.Adesso, invece, che sto tornando dopo una settimana di congresso a Val d’Isère, il libro è già quasi finito, mancano una ventina di pagine, e benché bellissimo ed avvincente, so già che aspetterò a finirlo, come sempre, quasi per il dispiacere di dover lasciare l’atmosfera che descrive e nella quale mi trovo immerso in un modo che non potrebbe essere più pertinente. (nota: il libro è “XY”, e descrive la vicenda di un parroco e di una psichiatra che si trovano coinvolti in una sanguinaria e paranormale strage di innocenti che si consuma nel bosco, manco a dirlo innevato, di un paesino ai confini tra Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, dove entrambi vivono). Ebbene, sembra quasi che le condizioni meteorologiche di Val d’Isère, piccolissimo centro abitato sepolto da metri (davvero metri) di neve abbiano voluto rendermi la lettura del romanzo una sorta di esperienza del tipo “home theatre”. Smettevo di leggere il mio romanzo per andare al congresso e mi trovavo nella bufera, come il protagonista. Tutto uguale, si direbbe. Meno che io non faccio il parroco, e che lì mi ci trovavo per un congresso. Meno, inoltre, che anziché in una fumosa canonica risiedevo in un lussuoso chalet a 5 stelle, a due passi dalle piste da sci. Eppure, era lo stato d’animo a farmi vivere l’analogia. Questa settimana, la prima passata totalmente da solo  sin dal mio arrivo a Parigi (la mia fidanzata Olinka, è partita il 13) è stata per mia volontà una settimana di eremitaggio, mentale ancor prima che materiale (dalla metropoli al paesino di alta montagna, dove la strada che ti ci porta, arrivata lì si interrompe e non avanza più perché non c’è niente verso cui dirigersi). Una settimana, quindi di totale autosufficienza. Libertà di orario per mangiare, libertà di scegliere se sciare, dormire, passeggiare o quant’altro nelle pause di sei ore che interrompevano a metà ogni giornata congressuale (dalle 8:00 alle 11:00 relazioni- pausa fino alle 16:00 e poi relazioni fino alle 19-20). E in questa settimana, annoiandomi anche( a tratti, nei momenti morti anche perché per principio di autoconservazione ho deciso che non mi sarei provocato fratture multiple e scomposte/esposte, avventurandomi sugli sci), si può dire che sia davvero iniziata l’esperienza che mi aspettavo di vivere. L’esperienza della solitudine adulta, dell’indipendenza e dell’autonomia.Del doversi prendere anche cura di sé stessi. O di trascurarsi, se e quando se ne ha voglia. Ho mangiato panini, fois gras (nella cena della prima sera offerta in albergo ad alcuni partecipanti al congresso), bistecche ai ferri ed ancora panini o solo biscotti quando non ho avuto voglia di uscire per continuare a leggere o restarmene al calduccio semplicemente a non fare nulla. Già, fare nulla quando se ne ha voglia, che lusso! Tanto tempo per pensare, per ripensare a quello che ho lasciato dietro e che mi ritroverò davanti tra poco più di un mese. Il mio reparto, le mie abitudini ormai consolidate in questo anno di lavoro “aggratis”, fatto di 12 ore lavorative 5 giorni la settimana. Il mio ambiente, la mia quotidianità, i miei affetti. Mi sono sentito un po’ morire quando l’autobus che mi portava a Fiumicino ha iniziato a muoversi, e con un cenno ho salutato mia madre che si faceva evidentemente forza per non piangere ancora più evidentemente di quanto stesse già facendo. E ancora più forte è stata l’immediata consapevolezza di essere totalmente solo quando Olinka ha attraversato il gate dell’aeroporto per tornare a L’Aquila. Me lo sono proprio detto “caro mio, adesso qui sei proprio solo”, eppure in fin dei conti sono qui non ANCHE per questo, ma SOPRATTUTTO, per questo, direi. Nella mente di chi ha creato e reso possibili questi due mesi francesi c’era ovviamente l’obiettivo professionale, di una formazione che altrimenti sarebbe stato più difficile ricevere restando a casa. E posso, già ora considerarlo un obiettivo pienamente raggiunto già ora. Ora sono certo di ciò che finora vagamente sentivo nelle mie corde. Ora sono certo che è questo che voglio fare, che è l’angiografia che a me piace più di tutto, nella radiologia. Ma oltre l’obiettivo professionale io mi sono prefisso quello personale. Di partire ragazzo, e tornare in qualche modo “uomo”. Perlomeno “persona” che sa ciò che vuole e come riuscire a procurarselo. A costruirselo. Ed ho sempre pensato che per costruirsi qualcosa si debba anzitutto saper costruire sé stessi. In questo senso, vivere per la prima volta da solo è l’unico modo che riesco a immaginare per conoscermi davvero nelle mie inclinazioni e necessità. In questo senso apprezzo la mia solitudine, che è positiva. Anche perché ha un termine prefissato, ma non solo.

Cosa dire, poi dei francesi. Non lo posso ancora dire con certezza, ma non sembrano così antipatici come finora li avevo ricordati. Non c’è puzza sotto il naso, perlomeno non più che sotto i nasi di tanti aquilani perbene. Le nuove generazioni sembrano di sicuro molto diverse da quelle che le hanno precedute anche di pochi anni. Gli adulti sembrano più uniformati, tra loro; mentre i giovani dimostrano una maggiore individualità, anche solo guardandoli girare per strada o in metropolitana. A cominciare dal loro aspetto. Sembrano più inclini a divertirsi dei loro fratelli maggiori, nonostante abbia l’impressione che molti di loro spesso lavorino già. Li incontro, tutte le mattine, quando per raggiungere l’ospedale devo prendere da casa mia, a 5 minuti dalla Tour Eiffel, la M1 che mi porta alla Défense. Riconosci l’universitario dal giovane bancario / commercialista /impiegato del terziario. E ho realizzato per la prima volta, guardandoli, che anche qui non c’è nulla che permetta di distinguere il medico. Sarà che perché non utilizziamo praticamente mai sul lavoro i nostri abiti “di fuori”, ma i medici anche qui non si capisce mai quali siano. E poi passiamo all’argomento “ospedale”; l’Hopital Foch è immediatamente fuori la cintura urbana di Parigi, anche se non so per quanto tempo potrà restarne fuori, data l’enorme espansione della città che credo tra breve ingloberà anche Suresnes, dove il mio ospedale sorge. Un edificio in espansione, di una 30ina d’anni, che stanno demolendo a tratti, per ricostruirlo secondo canoni più moderni e funzionali. Il “Radio Bloc”, dove vado io, è nel pianterreno della vecchia ala, mentre tutta la parte diagnostica convenzionale è ospitata nell’ala nuova, ed è eccezionalmente bella. Ampi spazi, luce, colori moderni e macchinari all’avanguardia. Risonanze di primissima qualità, è un ospedale privato con una quantità imprecisata (ma alta) di posti letto, che nulla ha a che vedere con le nostre cliniche private. La prima differenza che ho notato con l’organizzazione italiana è sul numero di addetti ai lavori. Complessivamente nel reparto lavorano forse anche meno persone di quante se ne vedano da noi, ma il rapporto medici/paramedici è esattamente l’opposto che da noi. I medici, specializzandi (“Internes”) compresi, sono una netta minoranza e non è affatto un male. La conseguenza, infatti, di tutto ciò è che i medici possono anzi debbono fare i medici. E tutti gli altri hanno modo di fare il loro lavoro, che peraltro fanno con molta dedizione e un non comune senso del dovere. In venti giorni non ho avuto modo di assistere ad una sola occasione di discussione, nonostante i ritmi siano serrati per tutti. Si percepisce che le regole del lavoro siano molto chiare per tutti, e nonostante questo sono accettate. La principale differenza è però dovuta, credo, all’estrema selezione che ognuno deve subire durante il suo percorso di formazione. Le università non fanno sconti, gli esami sono veri, e molto selettivi. Se vuoi davvero fare un lavoro specializzato, ci devi stare. E sai che anche i tuoi pari hanno fatto pari fatica. Immagino, quindi, che a questo sia dovuto il rispetto che percepisco non solo tra colleghi, ma anche verso di me. Mi astengo da ulteriori commenti a tal riguardo.  Vale sempre la vecchia regola che quando il “nemico” (tra virgolette, per carità!!) non può ascoltarti, può sempre leggerti. Soprattutto quando hai un blog a cui raccontare la tua vita, e quello che indipendentemente dalle convenienze e dai “lecchinismi” sei e vuoi continuare ad essere.

Mancano ancora 4 ore al mio arrivo a Parigi, la neve ha ceduto il passo ad una campagna bagnata ed anche un po’ anonima, nonostante siamo nei pressi di Albertville (olimpiadi invernali?). Ho tempo per finire il libro, vedere un film, e decidere se pubblicare al mio ritorno a casa (e alla civiltà dell’ADSL) questo mio post.

— 20:30, Parigi. Arrivato con mezz’ora d’anticipo (!!!), ho riletto, approvato e pubblicato senza apporre modifiche alla stesura originale. Buona la prima.

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2 responses

21 01 2012
Miss Kappa

Ho letto come avrei letto un figlio. Stai crescendo, come è giusto che sia. Conserva, però, l’animo del fanciullo. Indispensabile per andare avanti e godere a pieno di ciò che la vita ti riserverà. Mi hai ricordato me stessa, a 19 anni, quando iniziai a camminare da sola. Tempi diversi, allora, meno clementi dei tuoi i miei.Tempi durissimi i nostri, per tutti. Buona vita, Federico. A presto.

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23 01 2012
rossana

Sei un bravo ragazzo, pieno di entusiasmo e che scrive divinamente.
Auguri per il tuo percorso di vita e di lavoro.

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