LA NOSTRA UNICA VITA

7 01 2013

Vorrà dire qualcosa: è quasi un anno che non scrivo più nulla, e se lo scopo di questo blog fosse tenere una sorta di registro sui passi avanti compiuti dalla mia città, potrei tacere ancora a lungo.

Fortunatamente, noi non restiamo altrettanto immobili. Anzi, forse, raccontare quanto può accadere in dieci mesi di una vita normale può rendere ancora più chiaro quanto sia scollata la vita della città dalle vite delle persone che quella città la dovrebbero fare.

Perciò un breve ma significativo elenco di fatti avvenuti: sono entrato nella Scuola di Specializzazione in Radiologia, lavorerò qui per cinque anni, ricevo uno stipendio di tutto rispetto; e (cosa più importante) sono un medico Aquilano che lavora a L’Aquila. Da cinque mesi la mia ragazza è la mia compagna. Abbiamo una casa in affitto, che è il nostro castello. Abbiamo una vita insieme.

La mia vita, quindi, si è rivoluzionata nel vero e più profondo senso del termine; è un’esperienza comune, capita ogni anno a migliaia di persone, ma quando capita qui a L’Aquila, se ti fermi a pensarci, vedi il tuo “quadro” cambiare in una cornice sempre uguale a se stessa. Tu evolvi in un ambiente che rimane quasi fermo, che si modifica con un ritmo diverso dal tuo. Manca armonia evolutiva. Ce ne eravamo già accorti, con un agghiacciante sconforto ancora vivo nella memoria di ognuno di noi, scoprendo l’immobilità imposta alle nostre vite in una città improvvisamente ferma, nella distruzione dell’immediato post-terremoto. Eppure ancora oggi, i più fortunati di noi (me compreso), hanno riperso il corso delle loro vite con un ritmo ed una velocità che non riescono ad essere eguagliati dalla nostra città; non la vivo bene, questa situazione.

Puoi fare miracoli, in un certo senso; mancherà sempre qualcosa; e qualcosa di grosso.

Puoi iniziare una nuova vita davvero adulta, ma c’è sempre un freno implicito, imposto dall’esterno.

Qualche giorno fa qualcuno aveva postato su Facebook una foto di Piazza Palazzo, che risaliva ad un gennaio ante-terremoto (esattamente quella qui riportata); L'AQUILA Piazza Palazzo nulla di più che uno scatto nel quale è rimasto immortalato un momento davvero insignificante (nella mente, all’epoca, di ognuno di noi), e niente di diverso dal “memento” a cui spesso ci si abbandona, tra Aquilani.

Ho immaginato, allora, di immergere in quell’immagine, l’io che sono oggi; di camminare, nel freddo di Gennaio verso la torre del Palazzo, annusando appena svoltato l’angolo del Convitto Nazionale l’odore meraviglioso che emanava ogni mattina il pane caldo del forno di Prata dalla vicina Via Patini.

Alle nove del mattino, magari; quando la nostra medio-borghese città di provincia (eppure capoluogo) ancora si permetteva il lusso di essere sonnolenta. E quel transito discreto di persone che, inconsapevolmente, potevano godersi lo spettacolo della normalità della nostra L’Aquila bellissima, pur se perfettibile. Ma allora così vicina alla perfezione, se paragonata a ciò che ne resta oggi.

Quando compi questo sforzo d’immedesimazione, te ne accorgi. Stai vivendo una vita che in qualche modo non è tua. Che, anzi, è la tua; ma semplicemente non avrebbe dovuto esserlo.

Qualche cosa sta pure cambiando, anche nel centro storico. Alcuni cantieri sono partiti, alcune demolizioni sono cominciate, sia dentro che fuori dalle mura della città. Ed una speranza che qualcosa stia partendo ce la voglio vedere. Ma c’è un vuoto enorme da colmare, noi siamo chi più chi meno in corsa, e L’Aquila sta appena cominciando a muovere i primissimi, insicuri e malfermi passi.

Vorrei che fosse chiaro a chi ci amministra che ogni esitazione, ogni ritardo, ogni volta che ciò che poteva essere fatto ieri viene rimandato a domani, la distanza tra noi e la città si dilata rischiando di spezzare l’elastico (o il tirante) che ancora, nonostante tutto, ci tiene uniti.

Io voglio vivere il momento in cui torneremo a camminare con la nostra città con un passo all’unisono. Ma non potete chiederci che per farlo, (forse, tra vent’anni) noi nel frattempo si resti fermi. Là fuori c’è la nostra unica vita.

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FINCHE’ AVREMO LA SUFFICIENTE PAZIENZA

29 02 2012

Et voilà, sono a C.A.S.A.

Dopo una sosta all’elettrauto causa due mesi di immobilità della mia macchina, ho ripreso il contatto con la mia città-territorio(estesissimo, ormai) prima di rituffarmi da domani nel “jam” della routine lavorativa. Commissioni da sbrigare, saluti da fare, contatti da riprendere. Giravo (lentamente incolonnato nel traffico di sempre), riscoprendo angoli del mio cielo.

Chi mi ha visto dice che lo facessi con espressione felice. Ed è vero, i due mesi trascorsi mi hanno donato uno stato di grazia evidente, di cui io percepisco gli aspetti esteriori ed interiori. Torno a casa con nove kg in meno ( a Parigi si cammina, non si è costretti a salire in macchina per andare da A a B), mi sento più reattivo e contemporaneamente disteso. Vigile, senza essere sull’attenti. Neurologicamente ristorato, decisamente (più) orientato. Con altrettanta nettezza non posso non notare che qui non c’è stato nessun cambiamento tangibile. Anzi, si annusa fin troppo chiaramente che si sta per abbattere su di noi la nuova ed attesa sciagura delle elezioni amministrative, e che quindi l’unico cambiamento possibile minaccia di dimostrarsi, a brave, un buco nell’acqua che rischia di essere l’ultima delusione. Quella definitiva.

Basta un giro su Facebook, per averne la prova. Articoli scritti dalla solita parte di faziosetti-giornaletti web locali dietro “imbeccata” dei maggiori candidati locali. E scopro che (le combinazioni, alle volte!) dopo tre anni, è pronto il “Piano Strategico” per la ricostruzione del centro storico. Giustamente c’è chi nota quanto l’aggettivo sia sibillino. Strategico per chi, non c’è bisogno nemmeno di starselo a chiedere, visto che la congruenza temporale con le prossime elezioni non può essere nemmeno lontanamente un caso. E chi sostiene il contrario offende la sua intelligenza, prima di quelli a cui lo racconta. Dopo tre anni finalmente sembra sbloccata anche la pratica per la ristrutturazione del mio condominio inagibile ed ora siamo da questa settimana tutti affaccendati nel preparare pacchi, imballare vita ormai congelata ad un’altra epoca, in attesa di poterla domani dischiudere nuovamente nel giorno di un’alba futuribile e forse davvero futura.Quindi, se vai come ho fatto oggi, a casa tua rischi anche di incontrare qualche vicino di casa che finalmente torna per fare qualcosa di utile, e non solo per contemplare la distruzione e l’abbandono.

Dopo tre anni finalmente sono (quasi) tutti usciti allo scoperto con i loro “endorsement” nella marea montante di liste civiche candidate al riscatto, alla rinascita, a rimettere ali alla nostra Aquila zoppa perché possa “tornare a volare”. Figura retorica diffusissima da queste parti sin dalla prima ora post-sismica, non posso fare a meno di mettere per iscritto quanto la trovi patetica e vuota. Perché in primo luogo per “tornare” a far qualcosa, bisogna assolutamente che quella tal cosa (e nel nostro caso si tratta di un volo, per di più rapace) la si sia fatta anche in passato. E L’Aquila, diciamocelo con tutta onestà, non ha mai (a memoria d’uomo) spiccato alcun volo. Questa è sempre stata una terra di “decrescita felice” o meglio (tutto sommato) serena; negli ultimi anni la serenità l’ha via via persa, fino a dimenticarla del tutto da tre anni a questa parte.

Dunque, questo è il punto di partenza.

Su cui si sono sedimentati tre anni di impegno civico di una parte della cittadinanza, mentre altre porzioni di società partivano per la tangente, chi iniziando seriamente a pensare di levare le tende verso lidi più amichevoli, chi profittando a piene mani degli aiuti a pioggia che venivano inviati dallo Stato a tutti quelli che avessero sufficiente scaltrezza di approfittarsene. Anche se da subito siamo stati raccontati agli Italiani come gente dignitosissima, è inutile negare di cose indegne da parte di aquilani di ogni rango se ne siano viste, e tante. Atti di autentico accattonaggio del più basso spirito, e furbizie più elaborate e redditizie da parte dei soliti, prevedibili, ben introdotti. E condanne levate con sdegno, altrettanto qualunquista, verso chi queste cose le denunciava; che veniva puntualmente tacciato di essere parte ed incarnazione stessa dello spirito del pettegolezzo locale, di quel “dice che” che sembra davvero l’unica cosa incrollabile da queste parti.

Mi rendo conto quanto sia impossibile e forse inutile tentare di riassumere tre anni trascorsi con la prospettiva di chi ci ha pensato immergendosi in una vita finalmente normale, anche se a scadenza. Ma lo scopo del mio scrivere è fare il punto, prendere il fiato e prepararmi a questa lunga permanenza a casa.

Vedo da un lato cittadini frammentati nel concretizzare il loro impegno civile in ambito politico da candidati, e credo che questa divisione sia il miglior favore che si potesse fare ai vecchi interpreti della politica locale. Vedo una stanchissima armata bracalone che è la nostra amministrazione uscente avere addirittura l’ardire di ripresentarsi alla prossima tornata come se nulla fosse stato dei suoi marchiani errori del passato, nonostante siano stati a più riprese ammessi e poi negati, in una continua altalena tra verità e menzogna che è quanto di più deleterio ed insopportabile per una città intera alla ricerca di un punto di senso comune dal quale ripartire. E vedo tanti che aspettano, in disparte e al tempo stesso candidati, che siano tutti gli altri a sbagliare per consegnargli la vittoria del prevedibile secondo turno nelle loro mani, senza fare alcuno sforzo ideativo da sottoporre al vaglio del popolo “sovrano” (che lo ridiventa però, solo ad ogni tornata elettorale e poi la sua sovranità deve dimenticarla fino a nuova interpellanza). Non so, ma le premesse per l’ennesimo fracasso improduttivo mi pare ci siano tutte, perché le basi di questo prossimo, possibile e a questo punto definitivo (?) fallimento collettivo sono state gettate e rinsaldate con l’inutilità deleteria di questi tre anni trascorsi senza mai incontrarsi davvero. Tre anni passati chi a rimboccarsi le maniche per costruire un’alternativa partecipata dal basso, chi ad accreditarsi per il suo prevedibile impegno politico (o a cercare di restare in sella per il futuro)  e chi, molto più semplicemente (e sono purtroppo la stragrande maggioranza) a farsi, come sempre e in tutta naturalezza, i cazzi propri. Insomma, quì si vuole andare avanti senza essere d’accordo né essersi minimamente parlati di quanto ci lasciamo (o dovremmo lasciare, meglio) alle spalle. A me sembra follia.

Come è folle l’essere felici di tornare ad aggirarsi da queste parti, sperando che abbia senso tra qualche anno, la scelta fatta all’alba del 6 aprile, di restare per essere in qualche modo d’aiuto. Finché avremo la sufficiente pazienza.

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Buona la prima

21 01 2012

Il treno ha appena cominciato a muoversi, partendo con una precisione oraria che non smette di stupirmi. Già all’andata, l’avevo preso all’ultimo secondo, pur essendo uscito da casa un’ora e mezza prima della partenza prevista. Lascio Bourg St. Maurice, avvolto da un bianco assoluto e totale, bianco su(nel cielo) e bianco giù. Ha ripreso a nevicare, dopo le bufere incessanti di neve che si erano interrotte solo stanotte, a tarda ora. Il TGV su cui mi trovo è uno di quelli a due piani, ed io ho prenotato sia all’andata, che al ritorno, un posto sul piano superiore. Estremamente silenzioso e veloce, fende la nebbia nevosa che lo circonda attraversando le piccolissime stazioni che incontriamo a tutta velocità, senza fermarsi. Come per il viaggio di andata, i compagni di viaggio sono tutti in tenuta sportiva, con al seguito sci, tavole da snowboard, e per lo più giovani. C’è anche una coppietta di anziani, lei con una pelliccia così vecchia da sottolineare l’età della proprietaria, ed il marito, che evidentemente ancora si ostina a voler sciare, è salito a bordo con gli scarponi attaccati tra loro con dei lacci, avvolti in una bustina di plastica. Vai, nonnetto, anche per stavolta riporti a casa tutti e due i femori intatti(o forse è portatore sano di protesi?). Mentre scrivo, e guardo il paesaggio di fuori, mi rendo conto di quanto mi siano sempre piaciuti i viaggi in treno, specialmente quelli lunghi come il mio di oggi. Sarà che ne ho presi pochi, e sempre tutti su treni veloci. Ma in treno si ha la sensazione di poter gestire meglio l’attesa dell’arrivo. All’andata, per esempio, ho visto  un film che avevo scaricato sul Mac, e letto un po’ quel libro di Sandro Veronesi comprato a Trieste per il viaggio premio di tre giorni subito dopo la mia laurea, e che finora non avevo mai avuto il tempo e la voglia nemmeno di sfogliare.Adesso, invece, che sto tornando dopo una settimana di congresso a Val d’Isère, il libro è già quasi finito, mancano una ventina di pagine, e benché bellissimo ed avvincente, so già che aspetterò a finirlo, come sempre, quasi per il dispiacere di dover lasciare l’atmosfera che descrive e nella quale mi trovo immerso in un modo che non potrebbe essere più pertinente. (nota: il libro è “XY”, e descrive la vicenda di un parroco e di una psichiatra che si trovano coinvolti in una sanguinaria e paranormale strage di innocenti che si consuma nel bosco, manco a dirlo innevato, di un paesino ai confini tra Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, dove entrambi vivono). Ebbene, sembra quasi che le condizioni meteorologiche di Val d’Isère, piccolissimo centro abitato sepolto da metri (davvero metri) di neve abbiano voluto rendermi la lettura del romanzo una sorta di esperienza del tipo “home theatre”. Smettevo di leggere il mio romanzo per andare al congresso e mi trovavo nella bufera, come il protagonista. Tutto uguale, si direbbe. Meno che io non faccio il parroco, e che lì mi ci trovavo per un congresso. Meno, inoltre, che anziché in una fumosa canonica risiedevo in un lussuoso chalet a 5 stelle, a due passi dalle piste da sci. Eppure, era lo stato d’animo a farmi vivere l’analogia. Questa settimana, la prima passata totalmente da solo  sin dal mio arrivo a Parigi (la mia fidanzata Olinka, è partita il 13) è stata per mia volontà una settimana di eremitaggio, mentale ancor prima che materiale (dalla metropoli al paesino di alta montagna, dove la strada che ti ci porta, arrivata lì si interrompe e non avanza più perché non c’è niente verso cui dirigersi). Una settimana, quindi di totale autosufficienza. Libertà di orario per mangiare, libertà di scegliere se sciare, dormire, passeggiare o quant’altro nelle pause di sei ore che interrompevano a metà ogni giornata congressuale (dalle 8:00 alle 11:00 relazioni- pausa fino alle 16:00 e poi relazioni fino alle 19-20). E in questa settimana, annoiandomi anche( a tratti, nei momenti morti anche perché per principio di autoconservazione ho deciso che non mi sarei provocato fratture multiple e scomposte/esposte, avventurandomi sugli sci), si può dire che sia davvero iniziata l’esperienza che mi aspettavo di vivere. L’esperienza della solitudine adulta, dell’indipendenza e dell’autonomia.Del doversi prendere anche cura di sé stessi. O di trascurarsi, se e quando se ne ha voglia. Ho mangiato panini, fois gras (nella cena della prima sera offerta in albergo ad alcuni partecipanti al congresso), bistecche ai ferri ed ancora panini o solo biscotti quando non ho avuto voglia di uscire per continuare a leggere o restarmene al calduccio semplicemente a non fare nulla. Già, fare nulla quando se ne ha voglia, che lusso! Tanto tempo per pensare, per ripensare a quello che ho lasciato dietro e che mi ritroverò davanti tra poco più di un mese. Il mio reparto, le mie abitudini ormai consolidate in questo anno di lavoro “aggratis”, fatto di 12 ore lavorative 5 giorni la settimana. Il mio ambiente, la mia quotidianità, i miei affetti. Mi sono sentito un po’ morire quando l’autobus che mi portava a Fiumicino ha iniziato a muoversi, e con un cenno ho salutato mia madre che si faceva evidentemente forza per non piangere ancora più evidentemente di quanto stesse già facendo. E ancora più forte è stata l’immediata consapevolezza di essere totalmente solo quando Olinka ha attraversato il gate dell’aeroporto per tornare a L’Aquila. Me lo sono proprio detto “caro mio, adesso qui sei proprio solo”, eppure in fin dei conti sono qui non ANCHE per questo, ma SOPRATTUTTO, per questo, direi. Nella mente di chi ha creato e reso possibili questi due mesi francesi c’era ovviamente l’obiettivo professionale, di una formazione che altrimenti sarebbe stato più difficile ricevere restando a casa. E posso, già ora considerarlo un obiettivo pienamente raggiunto già ora. Ora sono certo di ciò che finora vagamente sentivo nelle mie corde. Ora sono certo che è questo che voglio fare, che è l’angiografia che a me piace più di tutto, nella radiologia. Ma oltre l’obiettivo professionale io mi sono prefisso quello personale. Di partire ragazzo, e tornare in qualche modo “uomo”. Perlomeno “persona” che sa ciò che vuole e come riuscire a procurarselo. A costruirselo. Ed ho sempre pensato che per costruirsi qualcosa si debba anzitutto saper costruire sé stessi. In questo senso, vivere per la prima volta da solo è l’unico modo che riesco a immaginare per conoscermi davvero nelle mie inclinazioni e necessità. In questo senso apprezzo la mia solitudine, che è positiva. Anche perché ha un termine prefissato, ma non solo.

Cosa dire, poi dei francesi. Non lo posso ancora dire con certezza, ma non sembrano così antipatici come finora li avevo ricordati. Non c’è puzza sotto il naso, perlomeno non più che sotto i nasi di tanti aquilani perbene. Le nuove generazioni sembrano di sicuro molto diverse da quelle che le hanno precedute anche di pochi anni. Gli adulti sembrano più uniformati, tra loro; mentre i giovani dimostrano una maggiore individualità, anche solo guardandoli girare per strada o in metropolitana. A cominciare dal loro aspetto. Sembrano più inclini a divertirsi dei loro fratelli maggiori, nonostante abbia l’impressione che molti di loro spesso lavorino già. Li incontro, tutte le mattine, quando per raggiungere l’ospedale devo prendere da casa mia, a 5 minuti dalla Tour Eiffel, la M1 che mi porta alla Défense. Riconosci l’universitario dal giovane bancario / commercialista /impiegato del terziario. E ho realizzato per la prima volta, guardandoli, che anche qui non c’è nulla che permetta di distinguere il medico. Sarà che perché non utilizziamo praticamente mai sul lavoro i nostri abiti “di fuori”, ma i medici anche qui non si capisce mai quali siano. E poi passiamo all’argomento “ospedale”; l’Hopital Foch è immediatamente fuori la cintura urbana di Parigi, anche se non so per quanto tempo potrà restarne fuori, data l’enorme espansione della città che credo tra breve ingloberà anche Suresnes, dove il mio ospedale sorge. Un edificio in espansione, di una 30ina d’anni, che stanno demolendo a tratti, per ricostruirlo secondo canoni più moderni e funzionali. Il “Radio Bloc”, dove vado io, è nel pianterreno della vecchia ala, mentre tutta la parte diagnostica convenzionale è ospitata nell’ala nuova, ed è eccezionalmente bella. Ampi spazi, luce, colori moderni e macchinari all’avanguardia. Risonanze di primissima qualità, è un ospedale privato con una quantità imprecisata (ma alta) di posti letto, che nulla ha a che vedere con le nostre cliniche private. La prima differenza che ho notato con l’organizzazione italiana è sul numero di addetti ai lavori. Complessivamente nel reparto lavorano forse anche meno persone di quante se ne vedano da noi, ma il rapporto medici/paramedici è esattamente l’opposto che da noi. I medici, specializzandi (“Internes”) compresi, sono una netta minoranza e non è affatto un male. La conseguenza, infatti, di tutto ciò è che i medici possono anzi debbono fare i medici. E tutti gli altri hanno modo di fare il loro lavoro, che peraltro fanno con molta dedizione e un non comune senso del dovere. In venti giorni non ho avuto modo di assistere ad una sola occasione di discussione, nonostante i ritmi siano serrati per tutti. Si percepisce che le regole del lavoro siano molto chiare per tutti, e nonostante questo sono accettate. La principale differenza è però dovuta, credo, all’estrema selezione che ognuno deve subire durante il suo percorso di formazione. Le università non fanno sconti, gli esami sono veri, e molto selettivi. Se vuoi davvero fare un lavoro specializzato, ci devi stare. E sai che anche i tuoi pari hanno fatto pari fatica. Immagino, quindi, che a questo sia dovuto il rispetto che percepisco non solo tra colleghi, ma anche verso di me. Mi astengo da ulteriori commenti a tal riguardo.  Vale sempre la vecchia regola che quando il “nemico” (tra virgolette, per carità!!) non può ascoltarti, può sempre leggerti. Soprattutto quando hai un blog a cui raccontare la tua vita, e quello che indipendentemente dalle convenienze e dai “lecchinismi” sei e vuoi continuare ad essere.

Mancano ancora 4 ore al mio arrivo a Parigi, la neve ha ceduto il passo ad una campagna bagnata ed anche un po’ anonima, nonostante siamo nei pressi di Albertville (olimpiadi invernali?). Ho tempo per finire il libro, vedere un film, e decidere se pubblicare al mio ritorno a casa (e alla civiltà dell’ADSL) questo mio post.

— 20:30, Parigi. Arrivato con mezz’ora d’anticipo (!!!), ho riletto, approvato e pubblicato senza apporre modifiche alla stesura originale. Buona la prima.

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L’EFFETTO CHE FA

31 12 2011

C’è più d’una valida ragione per aggiungere due nuove righe a questo diario.
Non solo perché un anno si sta concludendo,anzi: da sempre non amo i festeggiamenti del 31 Dicembre che mi inducono un sentimento misto all’ansia e alla più profonda tristezza, nelle ore immediatamente precedenti la mezzanotte. Stavolta, però il prossimo anno comincia con un evento importante. Senza dubbio per me uno dei più importanti degli ultimi anni. Vado a vivere a Parigi per lavoro, e ci resterò fino a marzo. La prima volta che vado a vivere da solo, e per di più a 1500 km da casa. La sesta volta che torno a Parigi, ma la prima dopo il terremoto. Solo negli ultimi giorni, con l’avvicinarsi della partenza mi sono accorto di quante cose avvertirò la mancanza. E non mi riferisco solo alla vicinanza della mia ragazza, della famiglia, delle amicizie. E’ paradossalmente anche di questa dura realtà che ora, a due giorni scarsi dalla partenza, sento di avvertire la mancanza. Perché di fatto sento di vivere in un ambiente opprimente ma in qualche modo “protetto” in senso lato. Come se negli ultimi due anni e mezzo intorno a L’Aquila e a noi superstiti il bozzolo che ci avvolgeva da decenni si fosse ancora più infittito lasciandoci in uno stato d’animo (e di fatto) paragonabile a quello di un’ enclave. Una riserva “indiana”. Siamo rimasti tra noi, avvolti dalla nostra realtà atipica e vuota, priva di tutto ciò che riempie le vite delle normali cittadine d’Italia e del mondo. Ridotti a vivere in casa (o C.A.S.A./M.A.P), è come si avessimo perso (o sopito?) i “sensi” propri di ogni animale sociale. Conduco una vita ristretta in pochi spazi( C.A.S.A/lavoro) da più di due anni, e tutto ad un tratto mi trovo proiettato in una città come Parigi. Il misto di eccitazione ed ansia che ne deriva non è solo dovuto alla novità, ne sono convinto.
E’ come se avessi timore di abituarmi troppo in fretta all’oceano di opportunità che mi si pareranno di fronte, per poi dover di nuovo dopo soli due mesi imparare nuovamente a reinserirmi in una realtà depressa come quella Aquilana. Mi piacerebbe poter inaugurare una sezione temporanea del blog nella quale raccontare le impressioni di questa nuova vita “a scadenza”. Una specie di diario sperimentale, per vedere cosa viene fuori e cosa ne penserò una volta tornato qui, tra le mie montagne ed i miei mucchi di sassi.
Dal momento che ad ogni fine d’anno tutti si abbandonano ai buoni propositi per l’anno che verrà, voglio chiudere con l’augurio che in questo preciso istante mi sento più adatto: che una volta trovata la via per andare via di qui, non costi troppa fatica dover ripercorrere la strada al contrario.
In fin dei conti vado solo ad affacciarmi in una vita normale. Per vedere l’effetto che fa.





TEMPO PER L’AQUILA

27 08 2011

Sono mesi che qui non si scrive nulla di nuovo. E non voglio mentire, preannunciando un risveglio che non ci sarà. Probabilmente, non più. Esiste una sola vera ragione di questa assenza e di questo silenzio: non affronto più a viso aperto le durezze di una vita terremotata. Sento la necessità di conservare le forze, per sopravvivere ad una lunghissima attesa, che inizio a percepire quasi disperata.

Avverto simili ragioni nel silenzio di tanti miei amici di disavventura, che pure come me nei primi mesi dopo il terremoto avevano dato alla luce quotidiane riflessioni e spunti di reazione a ciò che vivevamo, allora, per la prima volta.

Sono trascorsi ormai due anni e mezzo e le energie , seppur non ancora esaurite, vengono automaticamente (?) profuse in sforzi che promettono soddisfazioni più a portata di mano. Studiare, lavorare, preparasi per un’esperienza di lavoro all’estero, nel mio caso. Tirare avanti con una qualità di vita minimamente accettabile, credo sia lo sforzo di tutti gli altri. Pensare alla collettività, ai problemi ancora attuali (dopo due anni e mezzo!) nella loro complessità è un lavoro (anche quando lo è solo a livello mentale)che reputo sfiancante.

Dopo una maratona non si può correre alla stessa velocità una salita troppo in pendenza. Si tira il fiato, si rallenta, e si comincia l’ascesa senza fissare la sommità. Ché la vista del tragitto che manca può mozzare le gambe più forti.

La ragione per cui ho deciso di scrivere oggi una nuova piccola pagina del mio blog, è che mi rendo conto di essere passato nella fase in cui l’amore disperato per la mia città distrutta si è trasformato in un disamore  pressoché totale per tutto ciò che oggi la caratterizza, per tutto quanto non ha più ormai da offrire. Ed essere consapevoli che nemmeno prima del terremoto la città offrisse granché, non aiuta a tollerare con più indulgenza il suo stato attuale. Ma la città ormai non offre nemmeno la speranza: è sporca, abbandonata, puntellata e sembra ci si accontenti di questo. Le serate estive vedono il suo centro storico brulicare di persone, che rigirano tra i 4 locali aperti ai piani terra di palazzi semi-distrutti. Uno scenario post-atomico, che pure ti solleva l’angoscia degli inverni in cui hai visto la tua città marcire nella solitudine del nostro freddo. Ed è quest’idea del volersi rallegrare del poco che abbiamo,il fatto stesso di rendersi conto dell’enorme compromesso che stiamo accettando in silenzio che ti fa dire che non fa per te. Che se è di questo che gli Aquilani vogliono farsi bastare per un tempo indefinito, tu non puoi accettare di uniformarti alla massa. Non stavolta. E allora via, e arrivederci L’Aquila, pensi. Eppure la forza di andare via davvero non la si ha. Non per ora.

Prigionieri di un non più luogo e di un non più tempo. Ad aspettare chissà cosa.

Credo che solo esprimendomi così riesco a rendere l’idea di impotenza totale che avverto se per un attimo mi fermo a pensare.

Ci vuole tempo, ci dicevamo all’inizio. Ma l’illusione di trascorrere un tempo anche lungo in modo operoso e proficuo sembrava più tollerabile (e lo sarebbe stato, in effetti) di questo tempo immobile che viviamo da mesi e mesi. Il tempo passa, eppure tutto sembra sempre lo stesso.

E’ sempre lo stesso.

Il tempo prima lo pensavo come la ragionevole attesa per tornare a vedere i danni riparati e la vita riprendere dove si era interrotta. Oggi il tempo è un diluente del dolore, della noia, della rabbia e dell’ immobilità.

E’ quanto ci porta ad adattarci solamente al nuovo ordine di cose in città. E’ quello che ormai non ti fa più tentare di percorrere strade che sai chiuse da anni. Che nel calcolo mentale del “dove parcheggio” che fai ogni volta che visiti il centro non ti fa più considerare altro che le uniche DUE vie di accesso, sempre le stesse.

E’ stato il tempo trascorso a farmi credere che questa città anziché amarla, valesse la pensa detestarla. E magari anche dimenticarla per andarsene definitivamente altrove. E’ già che ci sei anche il più lontano possibile. Via da questa Italia che ti fa anche un po’ schifo.

La ragione per cui ho scritto questo post è che voglio sottoporvi il filmato che trovate all’inizio.

“Tempo per L’Aquila” è stata scritta, suonata e registrata da alcuni artisti Aquilani non professionisti che ben conosco. Molti di loro sono medici. Uno di loro è molto più che il mio relatore di tesi, ma non è questo che ora importa. Tre giorni fa hanno suonato  le loro canzoni in Piazza Palazzo (quella delle macerie rimosse dalle carriole ai bei tempi, per intenderci). Tra cui questa. Riascoltandola, ho rivissuto l’emozione di quel giugno 2009.

Allora, un po’ il tempo avremmo voluto fermarlo e dilatarlo. Senz’altro avevamo sperato che il tempo per L’Aquila potesse essere speso molto meglio di quanto in realtà non sia stato fatto. Riascoltandola, avrete senz’altro un tuffo al cuore. E capirete magari anche voi che il tempo non ha ancora cancellato l’amore, totale, per le pietre della nostra città. In qualche modo, per quello che ognuno di noi può, ma per favore: diamoci tutti da fare.

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STUPETO’

21 05 2011

Oggi magari sarai tronfio del tuo gesto.
Ma una parola, anche a costo di aiutarti nella tua malsana idea di ascesa agli onori della cronaca, te la voglio dire.
Già che mi ci trovo a sprecare del tempo, magari anche più d’una.
Quante persone si sono rallegrate del vedere un cantiere restituirci le nicchiette della scalinata di San Bernardino?
Molte, poche, un oceano di gente, non importa. A me importa che me ne fossi rallegrato io; a me importa che alla vista di quell’impalcatura e di quel mini-cantiere nella zona rossa più violata d’Italia, avessi potuto cogliere un barlume di speranza.
La speranza di vedere iniziare, lì, qualcosa di molto più grande e faticoso. La speranza di veder cominciare quel processo di ricostruzione che vorrei gente come mia nonna possa arrivare in tempo a vedere compiuto.
Questa notte, il tuo gesto ha fatto molto di più che innervosirmi o farmi cadere le braccia.
Mi ha confermato ciò che non avrei mai voluto ammettere nemmeno a me stesso. Non siamo NOI a voler vedere L’Aquila ricostruita. Non un noi indefinito,collettivo, trasversale; non un noi unitario. Siamo tanti piccoli IO, ciascuno nel suo piccolo, a fare quotidianamente un gesto costruttivo.
E, purtroppo, per ragioni che non meritano io gli dedichi il mio tempo (ben più prezioso del tuo), per ogni gesto costruittivo, ne arriva uno distruttivo molto più dirompente. Oggi forse molti sapranno che le nicchiette erano state restaurate perché tu, immane coglione, le hai sfregiate col favore della notte.
Probabilmente sei lo stesso che pochi mesi dopo il terremoto si è divertito a fare LE STESSE IDENTICHE scritte sulle mura di casa mia. Di quella casa inagibile che aspetto ancora di rivedere abitata nuovamente, quasi fosse già casa di nessuno. Quasi che lì, per quella casa e per il suo destino nessuno avesse speso il suo tempo, il suo denaro, le sue speranze ed il frutto dei suoi sacrifici.
Quella gioia d’aver visto un cantiere partire in pieno centro, e concludere rapidamente i suoi lavori con successo, sarà poca cosa ma non può impallidire davanti alla tua ignoranza crassa.
In una società che consente il tuo gesto egoista, la migliore risposta è prendere un secchio di vernice, e coprire noi la tua vergogna. E rifarlo, quando tornerai a ripeterti.
Per dirla poi proprio tutta, sarebbe bello che venissero ad aiutarci nella pittura quegli stessi militari che inutilmente dormono ogni notte nelle camionette a 20 metri dalle stesse nicchiette.
Mentre nu stupetò come tì le sfreggia.





ANNO II d.T.

3 04 2011

Con la primavera alle porte ed una temperatura finalmente umana, ne approfitto per scrivere due righe seduto fuori casa. C.A.S.A., pardon.

Proprio ieri mattina, a proposito di casa, sono passato sotto la mia. L’erba ha ripreso a verdeggiare, il terriccio non ha mai smesso di stratificarsi sul marciapiede che contorna l’ingresso. Veniva pulito dall’impresa addetta ogni giovedì mattina, e alla sera, varcando il portone del condominio si sentiva ancora un dolce profumo di sapone. Ti dicevi, mentalmente, “ah già, oggi è giovedì.” E puntualmente ogni giovedì ritrovavi lo zerbino ancora arrotolato di fianco alla porta dell’appartamento.

Potessi constatarlo anche oggi.

Sono trascorsi ormai due anni, e le telefonate che per tutta la settimana ho ricevuto dalle varie trasmissioni televisive (Ballarò, Annozero, Agorà, ecc…) mi hanno spinto anticipatamente a tracciare a voce alta quei bilanci che in fondo, dentro di me, ho quotidianamente aggiornato un attimo prima di andare a letto.

E’ tutto diverso, oggi. Non lo si percepisce guardando il paesaggio di fuori, ché quello in verità è immutato da quel dì.

Ma è il paesaggio di dentro ad essere cambiato, è quello che ho provato a raccontare a chi mi ha chiamato per aggiornarsi sulla nostra condizione alla vigilia del secondo anniversario. Oggi le macerie le abbiamo dentro. Abbiamo iniziato a conviverci, non c’è più traccia, non c’è più pubblica evidenza della nostra intolleranza e ribellione ad un destino che non ci siamo scelti e che abbiamo, inizialmente, provato a ricacciare indietro con forza.

Oggi, contempliamo il danno fatto. E constatiamo sostanzialmente nel totale doloroso silenzio, quasi fosse ovvio aspettarselo, il danno aggiunto dal tempo. Dall’incuria, dall’immobilità.

Fino a due settimane fa qui ha piovuto moltissimo, con costanza, fino a sfiancarci. Ebbene, nei momenti di tregua tra un acquazzone ed un altro, girovagando per il centro, ho avuto modo di annusare nell’aria un nuovo odore, fino ad oggi mai sperimentato. La città marcisce. Le coperture provvisorie hanno ceduto, l’acqua la neve il gelo hanno fatto il resto. E così, se non fosse bastata la vista, anche l’olfatto, ora,  ricorda all’avventore che si sta addentrando in un luogo privo di vita. Umana, almeno.

E ai giornalisti con cui ho parlato, che ci ricordano forti e gentili, sempre schiene dritte e fronti alte, ho dovuto spiegare che no, quest’anno venendo in città la troveranno uguale, ma diversa. Che ormai, siamo diversi noi. Degli antichi fuochi troveranno resti di cenere. E magari, sotto la cenere, qualche tizzone ancora ardente.

Questa è L’Aquila oggi, ai miei occhi. Anno II d.T.

 

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