SENZA PIFFERAIO

1 05 2010

Martedì, sono stato a Firenze. Ero invitato ad un seminario della Fondazione Volontariato e Partecipazione, si parlava di rischio sismico, e partecipazione.

Tra studi del CNR sui precursori sismici, ed altri progetti, nettamente più simili a quelli di Giampaolo Giuliani (che però nessuno mai nomina, come se non essendo laureato non avesse diritto alla citazione, anche solo per “cortesia intellettuale”), ho avuto la dimostrazione chiara, man mano che gli interventi si dipanavano, che L’Aquila sia un laboratorio eccezionale.

Lo è stato da subito, nell’immediato terremoto.

Un laboratorio che è stato piegato alle volontà dello sperimentatore di turno. Chi, venendo da fuori ne era cosciente e lo desiderava, ha fatto solo danni, indisturbato.

Basti pensare al progetto C.A.S.E. smaccatamente pensato in tempi non sospetti e  per una realtà non aquilana (vi siete mai domandati se vi sembrano, quelle, delle case pensate per la montagna?).. un affare, pronto nel cassetto. C’era solo da sperare che potesse essere utilizzato senza troppi intoppi burocratici, magari in un’emergenza nazionale.

Per maggior rinforzo, basta aggiungere il ricordo della prima diaspora, andata in scena già dalla sera del 6 Aprile: in quel giorno, mentre gli aiuti ed i container si ingolfavano in prossimità dell’accesso a L’Aquila (per mancanza di aree di sosta e di mezzi di coordinamento) ed i volontari della P.C. avevano difficoltà a trovare le aree che avrebbero dovuto essere allestite per le loro attività (avrebbero), c’era chi andava dicendo in giro che si poteva avere un destino diverso dalla tendopoli. C’erano gli albergatori sulla costa pronti ad accoglierci.

E’ lì, che si è messo il primo mattone della disgregazione.

Ti fanno essere artefice del tuo destino. Ti fanno credere d’essere più furbo di altri, che restano in città. Non immagineresti mai, che un giorno, la tua scelta ti sarà rinfacciata da chi non l’ha fatta, o da chi non ha semplicemente potuto farla. L’unica certezza, è che di fatto, non siete tutti uguali, e qualcuno l’ha permesso. Come sta chi resta non lo saprai mai, le telecamere non possono entrare. Per ragioni di sicurezza. (la sicurezza del Governo, sia chiaro!)

Si gettano le basi per  tutto un can-can di recriminazioni: popolo delle tendopoli contro popolo degli alberghi, popolo delle tende sotto casa,delle roulotte, dei camper, contro tutti, e tutti contro loro. Ed è la paralisi, l’incomunicabilità. Il timore di essere tacciati per approfittatori è dietro l’angolo, e più lo si sente ripetuto, più ci si incomincia a sentire tali. A nessuno viene in mente di domandarsi chi abbia permesso (o progettato) una simile improvvisazione, una talmente evidente guerra di sopravvivenza. Chi ha messo in scena la lotta del più forte, del pesce-grande-mangia-pesce-piccolo a L’Aquila?

Laboratorio: L’Aquila

Sperimentatore: il Governo Berlusconi

In camice bianco : Guido Bertolaso.

Arriva poi, il momento che L’Aquila sia un esperimento chiuso.

Si aprono gli stabulari, le cavie possono riversarsi verso nuove gabbie, costruite a tempo di record. Anche lì, si accede con un disegno oscuro, e ignoto a tutti. Si dice però, che la decisione su chi tenere fuori e chi no, l’abbia presa un “cervellone”. E ti immagini una stanzona in qualche scantinato, occupata da una macchina piena di lucine intermittenti, nastri che scorrono, sbuffi di vapore e sinistri suoni metallici. Una cosa alla “Spazio 1999”, per chi se la ricorda.

Il “gioiello”: a chi dà, a chi toglie.

Nuove divisioni. E se solo critichi, osservi, puntualizzi, è fatta: sei un ingrato. Uno che avrebbe preferito i container.

Uno che, strumentalmente, parla di MAP a tre piani, o di ricostruzione leggera per quelle case vere, per quei mutui congelati ancora per poco. Uno che le nuove gabbie, se non gli vanno bene, dovrebbe lasciarle ad altri. Che ce ne sono tanti a cui piacerebbero.

E’ la fase due dell’esperimento: le cavie non hanno più i loro pasti a orario, non hanno più chi rassetta la gabbia.

Il laboratorio, L’Aquila, è apparentemente vuoto.

Quello che prima si aggirava in camice bianco, adesso non si fa più vedere.

Forse teme una qualche mutazione nei ratti, che ora sembrano un tantino incazzati, da proni che erano. Capita quindi che il laboratorio, si autogestisca, con ciò che resta.

Capita che a Firenze senti parlare i volontari della Protezione Civile. Quelli buoni. Che sono incazzati quanto e più di te, che tutto questo lo hai vissuto stando dentro, e fuori, contemporaneamente. Fuori dalla tendopoli, fuori dagli alberghi. Un invisibile per dieci mesi. I volontari non ci stanno, a fare un lavoro che non gli piace nelle premesse. Non apprezzano che Bertolaso gli abbia intimato di non servire il caffè nelle tendopoli per non far scaldare gli animi, e l’hanno dato lo stesso. Capita che improvvisamente realizzi a cosa serviva, non far entrare nelle tendopoli i giornalisti, non far fare le assemblee: si sarebbe potuta creare un’ alleanza pericolosa: quella tra cavie (che in tal caso sarebbero state coscienti della sperimentazione) ed inservienti dello stabulario. Quel signore in camice bianco, se la sarebbe vista brutta.

La terza fase dell’esperimento, è quella che preferisco.

Il laboratorio, resta sempre L’Aquila. Una bella parte di cavie, ha realizzato ciò che è accaduto.Ha avuto la possibilità di raccontarselo. Pensa a come ricostruirsi la vita di prima, e se possibile, a migliorarla. Niente più camici bianchi, il laboratorio è terra autogestita. Per ora solo in parte, ma ambisce ad esserlo sempre più. Le cavie scoprono d’essere provate, ma sane. E gli inservienti di prima, vogliono dimostrare all’uomo in camice bianco e a noi, topi da esperimento, quanto avrebbero potuto fare di meglio. Si offrono di tornare nel laboratorio, per dare una mano, per fare ciò che NOI gli chiediamo. E’ un’inversione della catena alimentare per come l’abbiamo conosciuta da sempre.

E’ la ricostruzione partecipata. E’ la fine dell’imposizione. La sperimentazione a doppio cieco, si conclude, e non dev’essere mai più rimessa in cantiere.I topi vanno avanti, fieri ed orgogliosi delle loro idee, della loro terra, delle loro ricette per ricominciare.

Topi uniti, coordinati. Senza pifferaio. Il nostro, non era per niente magico.

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