IL MIRACOLO AQUILANO. IL SUO BILANCIO,OGGI.

5 01 2010

Il 3 Giugno 2009 si chiuse il bando di gara per l’identificazione di imprese e progetti idonei alla realizzazione dei fabbricati del progetto C.A.S.E. a L’Aquila.
A chi destinarli? Alla data del 3 Giugno si era stabilito di costruire 150 edifici(a Settembre aumentati di 33 unità),costruiti su 30 lotti, allocati in 19 aree, per un totale di 4600 appartamenti. I beneficiari saranno dunque circa 17.000,per un costo complessivo pari a 819 milioni 320 mila euro e spicci.
(fonte: Protezione Civile.it)

Parliamo di date: il 3 Giugno,abbiamo detto,la chiusura del bando.
Nella finestra 1-10 Agosto gli aquilani con abitazioni classificate E-F-o in zona rossa compilano e consegnano il modulo atto alla “determinazione dei fabbisogni alloggiativi”. Il terremoto risaliva alla storia dei 4 mesi precedenti.
Fino ad Agosto, nessun atto in grado di far prevedere quali fossero le reali intenzioni dei cittadini colpiti colpiti dal sisma (usufruire di un’autonoma sistemazione, degli alloggi del progetto C.A.S.E., o di un affitto in convenzione con la Protezione Civile); nel frattempo, però lo Stato aveva già da due mesi messo in moto la macchina del Progetto C.A.S.E. con un’idea ben definita di chi ne avrebbe potuto giovare,circa 17.000 persone.
Da cosa venisse fuori questo numero, non ci è dato saperlo. Di certo un’ipotesi poteva essere stata formulata partendo dagli esiti di agibilità delle abitazioni nell’area del cratere in possesso della Protezione Civile, e pubblicati dal Comune dell’Aquila. Peccato però che quei dati, a Giugno(momento di chiusura della gara d’appalto) erano paurosamente parziali ed incompleti. La prova di tale parzialità ( e dunque inaffidabilità) sta nel fatto che le verifiche di agibilità al 3 Giugno non avevano ancora riguardato la zona rossa, (dunque non era possibile sapere se questa, a seguito delle verifiche si sarebbe ridotta nella sua estensione) e fuori dalla zona rossa sono proseguite con continue integrazioni per le aree ancora non censite durante i mesi di Giugno,Luglio ed Agosto, con successive modifiche di tali esiti a seguito del giro di seconde verifiche richieste dai cittadini (a pagamento) ed espletate a cavallo del periodo Settembre – Dicembre 2009).(fonte: comune l’aquila.it)
Il risultato di questa gestione: al 23/12/2009 (fonte: Protezione Civile.it) sono così gestiti i fabbisogni alloggiativi di 17.566 aquilani: solo 2.830 di questi, si trovano a L’Aquila, presso alberghi; tra di loro,alcuni devono alloggiare, ad esempio, in quella parte dell’ Hotel Duca degli Abruzzi che non è crollata il 6 Aprile. Tutto intorno a loro,la zona rossa: ospiti di una vera oasi.
10.000 aquilani, vivono a Teramo, 4400 in albergo, 5600 in case private (canoni d’affitto pagati dalla P.C.) mentre la restante parte, poco più di 5000 aquilani, resta sistemata tra la regione Lazio, la provincia di Ascoli Piceno(127 km da L’Aquila), quella di Chieti, la regione Umbria ed il Molise; altri 1.400 vivono nelle caserme aquilane della GdF e Campomizzi.

Tutti gli altri aquilani?
Solo 8000,nel momento in cui scriviamo, sono entrati in possesso degli appartamenti del Progetto C.A.S.E., 9000 attendono l’assegnazione. I lavori non sono ancora ultimati, poiché solo nella Conferenza dei Servizi del 15 Settembre si è stabilito l’ampliamento del progetto,con 33 nuovi edifici.
Ma L’Aquila ,al 5 Aprile, aveva una popolazione di circa 70.000 abitanti; ad oggi, di 35000 persone non c’è traccia alcuna. Non si capisce se godano di un contributo di autonoma sistemazione (che viene versato a singhiozzo, nonostante l’irrisoria cifra), se siano andati via da L’Aquila, o se, come si inizia ad ipotizzare, privi di assistenza e di una sistemazione dignitosa, abbiano deciso di rientrare nelle loro abitazioni, abusivamente.
Finora i dati; pare opportuno però trarne delle conclusioni.
La gestione dell’emergenza a L’Aquila mostra non poche lacune; per di più ciascuna di esse è organicamente integrata con quella che l’ha generata, e ne genera a sua volta di nuove: i risultati di questo effetto domino sono sotto gli occhi di tutti.
Le verifiche di agibilità,primo atto amministrativo iniziato poco dopo il terremoto del 6 Aprile, sono state condotte con tempi e modi quantomeno criticabili; criticabili le rilevazioni, troppo soggettive le modalità di accertamento dei danni, in alcuni casi talmente parziali da farci assistere a casi non infrequenti in cui edifici inizialmente inagibili sono diventati con nuove verifiche,agibili (ed anche viceversa).
“La Repubblica” riporta che il 31 Dicembre 2009,a Pratola Peligna (AQ), in assenza di movimenti tellurici, una giovane coppia è rimasta ferita dal crollo del solaio della propria camera da letto, in un edificio che era stato giudicato agibile ed ispezionato dalla Protezione Civile a seguito delle segnalazioni degli stessi occupanti.Un caso isolato?
Dall’inefficienza delle verifiche è derivata anche l’inaffidabilità dei dati a disposizione degli Enti locali e della Protezione Civile (che di tale inefficienza sembra però responsabile)utilizzati per la programmazione dei cosiddetti fabbisogni alloggiativi di chi non aveva e non ha tuttora la possibilità di rientrare nell’uso delle proprie abitazioni inagibili. Gli alloggi del Progetto C.A.S.E., non sono infatti sufficienti a dare una risposta omogenea a fabbisogni abitativi uguali e riguardanti persone con pari diritti.
Da questo è però derivata anche l’impossibilità a presentare progetti di ristrutturazione degli edifici con esiti A,B,C, solo parzialmente inagibili: le conseguenze non hanno tardato a farsi notare.
Le famiglie che hanno deciso di affrontare il rischio che comportava rientrare in un’abitazione dall’agibilità sismica alterata (B,C) l’hanno fatto a loro spese, per lasciarsi alle spalle la lunga fase emergenziale cui sono state costrette da chi ha a suo tempo deciso che quelle stesse case oggi parzialmente agibili fossero,per gli otto mesi precedenti, da considerare parzialmente IN-agibili, e l’hanno deciso per di più a loro rischio e pericolo oltre che a loro spese, obbligati a rinunciare al contributo d’autonoma sistemazione.Allo Stato dunque non costano più nulla. Per gli altri, se non era accaduto già prima, si sono aperte le porte degli alberghi,o degli affitti in convenzione con la P.C.,ed il costo giornaliero che tutti noi sosteniamo è di circa 500.000€ al giorno.
Nessuno poi, ha ritenuto di dover distinguere ciò che a molti aquilani appariva evidente sin dall’inizio: le esigenze abitative di chi risiedeva nel centro storico, all’interno di quella che oggi è zona rossa, hanno necessità diverse da chi ne è stato risparmiato, e a loro si sarebbe dovuto e potuto rispondere diversamente da quanto si è fatto. Se è vero come è vero che il centro storico cittadino non sarà riabilitato al suo ruolo di centro abitato (in senso letterale)non prima di 10-15 anni anche secondo le più rosee prospettive (solo alcuni mesi fa su “il Centro”, in un articolo si riportava la notizia che per la sola rimozione delle macerie sarebbe stato necessario triplicare gli sforzi di movimentazione delle macerie stesse per completare lo sgombero entro i prossimi 5 anni), i cittadini che lì abitavano, hanno il diritto di vedersi riconosciute delle sistemazioni dignitose e non provvisorie quali possono essere i MAP, ma probabilmente qualcosa di più simile agli alloggi del Progetto C.A.S.E., mentre sarebbe stato meno dispendioso e senz’altro più efficiente e rispettoso del territorio intervenire immediatamente e con direttive chiare sin dall’inizio per favorire la ristrutturazione degli edifici fuori dalla zona rossa, che ospitavano la maggioranza degli attuali sfollati, con i costi che sono stati citati, di certo, di non poco rilievo.
Dal momento che ciò non è stato fatto, le inefficienze citate appaiono organicamente integrate le une con le altre, e si giustificano vicendevolmente. Nuclei che abitavano fuori della zona rossa, oggi occupano alberghi,case in affitto, alloggi del Progetto C.A.S.E., e lo faranno per un periodo di tempo che sarà senz’altro inferiore a quello che si prospetta agli abitanti del centro storico, spesso esclusi da tali alloggi, ed obbligati a sistemazioni, ancora una volta provvisorie.
Ormai l’inverno è arrivato, le ristrutturazioni non possono avere inizio, le abitazioni,anche quelle fuori dal centro, restano congelate (è il caso di dire) allo stato del 6 Aprile, le famiglie sono alloggiate con le costosissime soluzioni citate, vengono delocalizzate in aree lontane e per di più in mancanza di infrastrutture che ne consentano un agevole spostamento quotidiano, e ci ritroviamo a fare i primi conti con quell’opera monumentale che è stato il progetto CASE, che lascia in decine di migliaia fuori dai suoi benefici, generando costi quotidiani altissimi, che altro non faranno se non rimandare e ridurre gli importi da destinare alla RI-costruzione di quanto a noi più caro: le nostre vere case, la nostra vera città d’arte.
La coperta è corta, questo si sa e ci viene ricordato ogni giorno, lasciando presagire che fin troppo si è fatto fino ad oggi, che la ricostruzione si affronterà in un futuro non meglio definito, mentre il patrimonio immobiliare si svaluta paurosamente, e nuove tentazioni speculative si affacciano sulla soglia delle nostre case, abbandonate ad un destino cui non riusciamo a rassegnarci, che si sarebbe potuto impedire nella maggior parte dei casi, e che oggi invece viene prodotto dalle stesse soluzioni che ci vengono reclamizzate come un provvidenziale scelta di gestione dell’emergenza. Anzi di più, come quello che oggi sentiamo definire “la miracolosa ricostruzione dell’Aquila”.

FEDERICO D’ORAZIO


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