Buona la prima

21 01 2012

Il treno ha appena cominciato a muoversi, partendo con una precisione oraria che non smette di stupirmi. Già all’andata, l’avevo preso all’ultimo secondo, pur essendo uscito da casa un’ora e mezza prima della partenza prevista. Lascio Bourg St. Maurice, avvolto da un bianco assoluto e totale, bianco su(nel cielo) e bianco giù. Ha ripreso a nevicare, dopo le bufere incessanti di neve che si erano interrotte solo stanotte, a tarda ora. Il TGV su cui mi trovo è uno di quelli a due piani, ed io ho prenotato sia all’andata, che al ritorno, un posto sul piano superiore. Estremamente silenzioso e veloce, fende la nebbia nevosa che lo circonda attraversando le piccolissime stazioni che incontriamo a tutta velocità, senza fermarsi. Come per il viaggio di andata, i compagni di viaggio sono tutti in tenuta sportiva, con al seguito sci, tavole da snowboard, e per lo più giovani. C’è anche una coppietta di anziani, lei con una pelliccia così vecchia da sottolineare l’età della proprietaria, ed il marito, che evidentemente ancora si ostina a voler sciare, è salito a bordo con gli scarponi attaccati tra loro con dei lacci, avvolti in una bustina di plastica. Vai, nonnetto, anche per stavolta riporti a casa tutti e due i femori intatti(o forse è portatore sano di protesi?). Mentre scrivo, e guardo il paesaggio di fuori, mi rendo conto di quanto mi siano sempre piaciuti i viaggi in treno, specialmente quelli lunghi come il mio di oggi. Sarà che ne ho presi pochi, e sempre tutti su treni veloci. Ma in treno si ha la sensazione di poter gestire meglio l’attesa dell’arrivo. All’andata, per esempio, ho visto  un film che avevo scaricato sul Mac, e letto un po’ quel libro di Sandro Veronesi comprato a Trieste per il viaggio premio di tre giorni subito dopo la mia laurea, e che finora non avevo mai avuto il tempo e la voglia nemmeno di sfogliare.Adesso, invece, che sto tornando dopo una settimana di congresso a Val d’Isère, il libro è già quasi finito, mancano una ventina di pagine, e benché bellissimo ed avvincente, so già che aspetterò a finirlo, come sempre, quasi per il dispiacere di dover lasciare l’atmosfera che descrive e nella quale mi trovo immerso in un modo che non potrebbe essere più pertinente. (nota: il libro è “XY”, e descrive la vicenda di un parroco e di una psichiatra che si trovano coinvolti in una sanguinaria e paranormale strage di innocenti che si consuma nel bosco, manco a dirlo innevato, di un paesino ai confini tra Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, dove entrambi vivono). Ebbene, sembra quasi che le condizioni meteorologiche di Val d’Isère, piccolissimo centro abitato sepolto da metri (davvero metri) di neve abbiano voluto rendermi la lettura del romanzo una sorta di esperienza del tipo “home theatre”. Smettevo di leggere il mio romanzo per andare al congresso e mi trovavo nella bufera, come il protagonista. Tutto uguale, si direbbe. Meno che io non faccio il parroco, e che lì mi ci trovavo per un congresso. Meno, inoltre, che anziché in una fumosa canonica risiedevo in un lussuoso chalet a 5 stelle, a due passi dalle piste da sci. Eppure, era lo stato d’animo a farmi vivere l’analogia. Questa settimana, la prima passata totalmente da solo  sin dal mio arrivo a Parigi (la mia fidanzata Olinka, è partita il 13) è stata per mia volontà una settimana di eremitaggio, mentale ancor prima che materiale (dalla metropoli al paesino di alta montagna, dove la strada che ti ci porta, arrivata lì si interrompe e non avanza più perché non c’è niente verso cui dirigersi). Una settimana, quindi di totale autosufficienza. Libertà di orario per mangiare, libertà di scegliere se sciare, dormire, passeggiare o quant’altro nelle pause di sei ore che interrompevano a metà ogni giornata congressuale (dalle 8:00 alle 11:00 relazioni- pausa fino alle 16:00 e poi relazioni fino alle 19-20). E in questa settimana, annoiandomi anche( a tratti, nei momenti morti anche perché per principio di autoconservazione ho deciso che non mi sarei provocato fratture multiple e scomposte/esposte, avventurandomi sugli sci), si può dire che sia davvero iniziata l’esperienza che mi aspettavo di vivere. L’esperienza della solitudine adulta, dell’indipendenza e dell’autonomia.Del doversi prendere anche cura di sé stessi. O di trascurarsi, se e quando se ne ha voglia. Ho mangiato panini, fois gras (nella cena della prima sera offerta in albergo ad alcuni partecipanti al congresso), bistecche ai ferri ed ancora panini o solo biscotti quando non ho avuto voglia di uscire per continuare a leggere o restarmene al calduccio semplicemente a non fare nulla. Già, fare nulla quando se ne ha voglia, che lusso! Tanto tempo per pensare, per ripensare a quello che ho lasciato dietro e che mi ritroverò davanti tra poco più di un mese. Il mio reparto, le mie abitudini ormai consolidate in questo anno di lavoro “aggratis”, fatto di 12 ore lavorative 5 giorni la settimana. Il mio ambiente, la mia quotidianità, i miei affetti. Mi sono sentito un po’ morire quando l’autobus che mi portava a Fiumicino ha iniziato a muoversi, e con un cenno ho salutato mia madre che si faceva evidentemente forza per non piangere ancora più evidentemente di quanto stesse già facendo. E ancora più forte è stata l’immediata consapevolezza di essere totalmente solo quando Olinka ha attraversato il gate dell’aeroporto per tornare a L’Aquila. Me lo sono proprio detto “caro mio, adesso qui sei proprio solo”, eppure in fin dei conti sono qui non ANCHE per questo, ma SOPRATTUTTO, per questo, direi. Nella mente di chi ha creato e reso possibili questi due mesi francesi c’era ovviamente l’obiettivo professionale, di una formazione che altrimenti sarebbe stato più difficile ricevere restando a casa. E posso, già ora considerarlo un obiettivo pienamente raggiunto già ora. Ora sono certo di ciò che finora vagamente sentivo nelle mie corde. Ora sono certo che è questo che voglio fare, che è l’angiografia che a me piace più di tutto, nella radiologia. Ma oltre l’obiettivo professionale io mi sono prefisso quello personale. Di partire ragazzo, e tornare in qualche modo “uomo”. Perlomeno “persona” che sa ciò che vuole e come riuscire a procurarselo. A costruirselo. Ed ho sempre pensato che per costruirsi qualcosa si debba anzitutto saper costruire sé stessi. In questo senso, vivere per la prima volta da solo è l’unico modo che riesco a immaginare per conoscermi davvero nelle mie inclinazioni e necessità. In questo senso apprezzo la mia solitudine, che è positiva. Anche perché ha un termine prefissato, ma non solo.

Cosa dire, poi dei francesi. Non lo posso ancora dire con certezza, ma non sembrano così antipatici come finora li avevo ricordati. Non c’è puzza sotto il naso, perlomeno non più che sotto i nasi di tanti aquilani perbene. Le nuove generazioni sembrano di sicuro molto diverse da quelle che le hanno precedute anche di pochi anni. Gli adulti sembrano più uniformati, tra loro; mentre i giovani dimostrano una maggiore individualità, anche solo guardandoli girare per strada o in metropolitana. A cominciare dal loro aspetto. Sembrano più inclini a divertirsi dei loro fratelli maggiori, nonostante abbia l’impressione che molti di loro spesso lavorino già. Li incontro, tutte le mattine, quando per raggiungere l’ospedale devo prendere da casa mia, a 5 minuti dalla Tour Eiffel, la M1 che mi porta alla Défense. Riconosci l’universitario dal giovane bancario / commercialista /impiegato del terziario. E ho realizzato per la prima volta, guardandoli, che anche qui non c’è nulla che permetta di distinguere il medico. Sarà che perché non utilizziamo praticamente mai sul lavoro i nostri abiti “di fuori”, ma i medici anche qui non si capisce mai quali siano. E poi passiamo all’argomento “ospedale”; l’Hopital Foch è immediatamente fuori la cintura urbana di Parigi, anche se non so per quanto tempo potrà restarne fuori, data l’enorme espansione della città che credo tra breve ingloberà anche Suresnes, dove il mio ospedale sorge. Un edificio in espansione, di una 30ina d’anni, che stanno demolendo a tratti, per ricostruirlo secondo canoni più moderni e funzionali. Il “Radio Bloc”, dove vado io, è nel pianterreno della vecchia ala, mentre tutta la parte diagnostica convenzionale è ospitata nell’ala nuova, ed è eccezionalmente bella. Ampi spazi, luce, colori moderni e macchinari all’avanguardia. Risonanze di primissima qualità, è un ospedale privato con una quantità imprecisata (ma alta) di posti letto, che nulla ha a che vedere con le nostre cliniche private. La prima differenza che ho notato con l’organizzazione italiana è sul numero di addetti ai lavori. Complessivamente nel reparto lavorano forse anche meno persone di quante se ne vedano da noi, ma il rapporto medici/paramedici è esattamente l’opposto che da noi. I medici, specializzandi (“Internes”) compresi, sono una netta minoranza e non è affatto un male. La conseguenza, infatti, di tutto ciò è che i medici possono anzi debbono fare i medici. E tutti gli altri hanno modo di fare il loro lavoro, che peraltro fanno con molta dedizione e un non comune senso del dovere. In venti giorni non ho avuto modo di assistere ad una sola occasione di discussione, nonostante i ritmi siano serrati per tutti. Si percepisce che le regole del lavoro siano molto chiare per tutti, e nonostante questo sono accettate. La principale differenza è però dovuta, credo, all’estrema selezione che ognuno deve subire durante il suo percorso di formazione. Le università non fanno sconti, gli esami sono veri, e molto selettivi. Se vuoi davvero fare un lavoro specializzato, ci devi stare. E sai che anche i tuoi pari hanno fatto pari fatica. Immagino, quindi, che a questo sia dovuto il rispetto che percepisco non solo tra colleghi, ma anche verso di me. Mi astengo da ulteriori commenti a tal riguardo.  Vale sempre la vecchia regola che quando il “nemico” (tra virgolette, per carità!!) non può ascoltarti, può sempre leggerti. Soprattutto quando hai un blog a cui raccontare la tua vita, e quello che indipendentemente dalle convenienze e dai “lecchinismi” sei e vuoi continuare ad essere.

Mancano ancora 4 ore al mio arrivo a Parigi, la neve ha ceduto il passo ad una campagna bagnata ed anche un po’ anonima, nonostante siamo nei pressi di Albertville (olimpiadi invernali?). Ho tempo per finire il libro, vedere un film, e decidere se pubblicare al mio ritorno a casa (e alla civiltà dell’ADSL) questo mio post.

— 20:30, Parigi. Arrivato con mezz’ora d’anticipo (!!!), ho riletto, approvato e pubblicato senza apporre modifiche alla stesura originale. Buona la prima.

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L’EFFETTO CHE FA

31 12 2011

C’è più d’una valida ragione per aggiungere due nuove righe a questo diario.
Non solo perché un anno si sta concludendo,anzi: da sempre non amo i festeggiamenti del 31 Dicembre che mi inducono un sentimento misto all’ansia e alla più profonda tristezza, nelle ore immediatamente precedenti la mezzanotte. Stavolta, però il prossimo anno comincia con un evento importante. Senza dubbio per me uno dei più importanti degli ultimi anni. Vado a vivere a Parigi per lavoro, e ci resterò fino a marzo. La prima volta che vado a vivere da solo, e per di più a 1500 km da casa. La sesta volta che torno a Parigi, ma la prima dopo il terremoto. Solo negli ultimi giorni, con l’avvicinarsi della partenza mi sono accorto di quante cose avvertirò la mancanza. E non mi riferisco solo alla vicinanza della mia ragazza, della famiglia, delle amicizie. E’ paradossalmente anche di questa dura realtà che ora, a due giorni scarsi dalla partenza, sento di avvertire la mancanza. Perché di fatto sento di vivere in un ambiente opprimente ma in qualche modo “protetto” in senso lato. Come se negli ultimi due anni e mezzo intorno a L’Aquila e a noi superstiti il bozzolo che ci avvolgeva da decenni si fosse ancora più infittito lasciandoci in uno stato d’animo (e di fatto) paragonabile a quello di un’ enclave. Una riserva “indiana”. Siamo rimasti tra noi, avvolti dalla nostra realtà atipica e vuota, priva di tutto ciò che riempie le vite delle normali cittadine d’Italia e del mondo. Ridotti a vivere in casa (o C.A.S.A./M.A.P), è come si avessimo perso (o sopito?) i “sensi” propri di ogni animale sociale. Conduco una vita ristretta in pochi spazi( C.A.S.A/lavoro) da più di due anni, e tutto ad un tratto mi trovo proiettato in una città come Parigi. Il misto di eccitazione ed ansia che ne deriva non è solo dovuto alla novità, ne sono convinto.
E’ come se avessi timore di abituarmi troppo in fretta all’oceano di opportunità che mi si pareranno di fronte, per poi dover di nuovo dopo soli due mesi imparare nuovamente a reinserirmi in una realtà depressa come quella Aquilana. Mi piacerebbe poter inaugurare una sezione temporanea del blog nella quale raccontare le impressioni di questa nuova vita “a scadenza”. Una specie di diario sperimentale, per vedere cosa viene fuori e cosa ne penserò una volta tornato qui, tra le mie montagne ed i miei mucchi di sassi.
Dal momento che ad ogni fine d’anno tutti si abbandonano ai buoni propositi per l’anno che verrà, voglio chiudere con l’augurio che in questo preciso istante mi sento più adatto: che una volta trovata la via per andare via di qui, non costi troppa fatica dover ripercorrere la strada al contrario.
In fin dei conti vado solo ad affacciarmi in una vita normale. Per vedere l’effetto che fa.





TEMPO PER L’AQUILA

27 08 2011

Sono mesi che qui non si scrive nulla di nuovo. E non voglio mentire, preannunciando un risveglio che non ci sarà. Probabilmente, non più. Esiste una sola vera ragione di questa assenza e di questo silenzio: non affronto più a viso aperto le durezze di una vita terremotata. Sento la necessità di conservare le forze, per sopravvivere ad una lunghissima attesa, che inizio a percepire quasi disperata.

Avverto simili ragioni nel silenzio di tanti miei amici di disavventura, che pure come me nei primi mesi dopo il terremoto avevano dato alla luce quotidiane riflessioni e spunti di reazione a ciò che vivevamo, allora, per la prima volta.

Sono trascorsi ormai due anni e mezzo e le energie , seppur non ancora esaurite, vengono automaticamente (?) profuse in sforzi che promettono soddisfazioni più a portata di mano. Studiare, lavorare, preparasi per un’esperienza di lavoro all’estero, nel mio caso. Tirare avanti con una qualità di vita minimamente accettabile, credo sia lo sforzo di tutti gli altri. Pensare alla collettività, ai problemi ancora attuali (dopo due anni e mezzo!) nella loro complessità è un lavoro (anche quando lo è solo a livello mentale)che reputo sfiancante.

Dopo una maratona non si può correre alla stessa velocità una salita troppo in pendenza. Si tira il fiato, si rallenta, e si comincia l’ascesa senza fissare la sommità. Ché la vista del tragitto che manca può mozzare le gambe più forti.

La ragione per cui ho deciso di scrivere oggi una nuova piccola pagina del mio blog, è che mi rendo conto di essere passato nella fase in cui l’amore disperato per la mia città distrutta si è trasformato in un disamore  pressoché totale per tutto ciò che oggi la caratterizza, per tutto quanto non ha più ormai da offrire. Ed essere consapevoli che nemmeno prima del terremoto la città offrisse granché, non aiuta a tollerare con più indulgenza il suo stato attuale. Ma la città ormai non offre nemmeno la speranza: è sporca, abbandonata, puntellata e sembra ci si accontenti di questo. Le serate estive vedono il suo centro storico brulicare di persone, che rigirano tra i 4 locali aperti ai piani terra di palazzi semi-distrutti. Uno scenario post-atomico, che pure ti solleva l’angoscia degli inverni in cui hai visto la tua città marcire nella solitudine del nostro freddo. Ed è quest’idea del volersi rallegrare del poco che abbiamo,il fatto stesso di rendersi conto dell’enorme compromesso che stiamo accettando in silenzio che ti fa dire che non fa per te. Che se è di questo che gli Aquilani vogliono farsi bastare per un tempo indefinito, tu non puoi accettare di uniformarti alla massa. Non stavolta. E allora via, e arrivederci L’Aquila, pensi. Eppure la forza di andare via davvero non la si ha. Non per ora.

Prigionieri di un non più luogo e di un non più tempo. Ad aspettare chissà cosa.

Credo che solo esprimendomi così riesco a rendere l’idea di impotenza totale che avverto se per un attimo mi fermo a pensare.

Ci vuole tempo, ci dicevamo all’inizio. Ma l’illusione di trascorrere un tempo anche lungo in modo operoso e proficuo sembrava più tollerabile (e lo sarebbe stato, in effetti) di questo tempo immobile che viviamo da mesi e mesi. Il tempo passa, eppure tutto sembra sempre lo stesso.

E’ sempre lo stesso.

Il tempo prima lo pensavo come la ragionevole attesa per tornare a vedere i danni riparati e la vita riprendere dove si era interrotta. Oggi il tempo è un diluente del dolore, della noia, della rabbia e dell’ immobilità.

E’ quanto ci porta ad adattarci solamente al nuovo ordine di cose in città. E’ quello che ormai non ti fa più tentare di percorrere strade che sai chiuse da anni. Che nel calcolo mentale del “dove parcheggio” che fai ogni volta che visiti il centro non ti fa più considerare altro che le uniche DUE vie di accesso, sempre le stesse.

E’ stato il tempo trascorso a farmi credere che questa città anziché amarla, valesse la pensa detestarla. E magari anche dimenticarla per andarsene definitivamente altrove. E’ già che ci sei anche il più lontano possibile. Via da questa Italia che ti fa anche un po’ schifo.

La ragione per cui ho scritto questo post è che voglio sottoporvi il filmato che trovate all’inizio.

“Tempo per L’Aquila” è stata scritta, suonata e registrata da alcuni artisti Aquilani non professionisti che ben conosco. Molti di loro sono medici. Uno di loro è molto più che il mio relatore di tesi, ma non è questo che ora importa. Tre giorni fa hanno suonato  le loro canzoni in Piazza Palazzo (quella delle macerie rimosse dalle carriole ai bei tempi, per intenderci). Tra cui questa. Riascoltandola, ho rivissuto l’emozione di quel giugno 2009.

Allora, un po’ il tempo avremmo voluto fermarlo e dilatarlo. Senz’altro avevamo sperato che il tempo per L’Aquila potesse essere speso molto meglio di quanto in realtà non sia stato fatto. Riascoltandola, avrete senz’altro un tuffo al cuore. E capirete magari anche voi che il tempo non ha ancora cancellato l’amore, totale, per le pietre della nostra città. In qualche modo, per quello che ognuno di noi può, ma per favore: diamoci tutti da fare.

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STUPETO’

21 05 2011

Oggi magari sarai tronfio del tuo gesto.
Ma una parola, anche a costo di aiutarti nella tua malsana idea di ascesa agli onori della cronaca, te la voglio dire.
Già che mi ci trovo a sprecare del tempo, magari anche più d’una.
Quante persone si sono rallegrate del vedere un cantiere restituirci le nicchiette della scalinata di San Bernardino?
Molte, poche, un oceano di gente, non importa. A me importa che me ne fossi rallegrato io; a me importa che alla vista di quell’impalcatura e di quel mini-cantiere nella zona rossa più violata d’Italia, avessi potuto cogliere un barlume di speranza.
La speranza di vedere iniziare, lì, qualcosa di molto più grande e faticoso. La speranza di veder cominciare quel processo di ricostruzione che vorrei gente come mia nonna possa arrivare in tempo a vedere compiuto.
Questa notte, il tuo gesto ha fatto molto di più che innervosirmi o farmi cadere le braccia.
Mi ha confermato ciò che non avrei mai voluto ammettere nemmeno a me stesso. Non siamo NOI a voler vedere L’Aquila ricostruita. Non un noi indefinito,collettivo, trasversale; non un noi unitario. Siamo tanti piccoli IO, ciascuno nel suo piccolo, a fare quotidianamente un gesto costruttivo.
E, purtroppo, per ragioni che non meritano io gli dedichi il mio tempo (ben più prezioso del tuo), per ogni gesto costruittivo, ne arriva uno distruttivo molto più dirompente. Oggi forse molti sapranno che le nicchiette erano state restaurate perché tu, immane coglione, le hai sfregiate col favore della notte.
Probabilmente sei lo stesso che pochi mesi dopo il terremoto si è divertito a fare LE STESSE IDENTICHE scritte sulle mura di casa mia. Di quella casa inagibile che aspetto ancora di rivedere abitata nuovamente, quasi fosse già casa di nessuno. Quasi che lì, per quella casa e per il suo destino nessuno avesse speso il suo tempo, il suo denaro, le sue speranze ed il frutto dei suoi sacrifici.
Quella gioia d’aver visto un cantiere partire in pieno centro, e concludere rapidamente i suoi lavori con successo, sarà poca cosa ma non può impallidire davanti alla tua ignoranza crassa.
In una società che consente il tuo gesto egoista, la migliore risposta è prendere un secchio di vernice, e coprire noi la tua vergogna. E rifarlo, quando tornerai a ripeterti.
Per dirla poi proprio tutta, sarebbe bello che venissero ad aiutarci nella pittura quegli stessi militari che inutilmente dormono ogni notte nelle camionette a 20 metri dalle stesse nicchiette.
Mentre nu stupetò come tì le sfreggia.





ANNO II d.T.

3 04 2011

Con la primavera alle porte ed una temperatura finalmente umana, ne approfitto per scrivere due righe seduto fuori casa. C.A.S.A., pardon.

Proprio ieri mattina, a proposito di casa, sono passato sotto la mia. L’erba ha ripreso a verdeggiare, il terriccio non ha mai smesso di stratificarsi sul marciapiede che contorna l’ingresso. Veniva pulito dall’impresa addetta ogni giovedì mattina, e alla sera, varcando il portone del condominio si sentiva ancora un dolce profumo di sapone. Ti dicevi, mentalmente, “ah già, oggi è giovedì.” E puntualmente ogni giovedì ritrovavi lo zerbino ancora arrotolato di fianco alla porta dell’appartamento.

Potessi constatarlo anche oggi.

Sono trascorsi ormai due anni, e le telefonate che per tutta la settimana ho ricevuto dalle varie trasmissioni televisive (Ballarò, Annozero, Agorà, ecc…) mi hanno spinto anticipatamente a tracciare a voce alta quei bilanci che in fondo, dentro di me, ho quotidianamente aggiornato un attimo prima di andare a letto.

E’ tutto diverso, oggi. Non lo si percepisce guardando il paesaggio di fuori, ché quello in verità è immutato da quel dì.

Ma è il paesaggio di dentro ad essere cambiato, è quello che ho provato a raccontare a chi mi ha chiamato per aggiornarsi sulla nostra condizione alla vigilia del secondo anniversario. Oggi le macerie le abbiamo dentro. Abbiamo iniziato a conviverci, non c’è più traccia, non c’è più pubblica evidenza della nostra intolleranza e ribellione ad un destino che non ci siamo scelti e che abbiamo, inizialmente, provato a ricacciare indietro con forza.

Oggi, contempliamo il danno fatto. E constatiamo sostanzialmente nel totale doloroso silenzio, quasi fosse ovvio aspettarselo, il danno aggiunto dal tempo. Dall’incuria, dall’immobilità.

Fino a due settimane fa qui ha piovuto moltissimo, con costanza, fino a sfiancarci. Ebbene, nei momenti di tregua tra un acquazzone ed un altro, girovagando per il centro, ho avuto modo di annusare nell’aria un nuovo odore, fino ad oggi mai sperimentato. La città marcisce. Le coperture provvisorie hanno ceduto, l’acqua la neve il gelo hanno fatto il resto. E così, se non fosse bastata la vista, anche l’olfatto, ora,  ricorda all’avventore che si sta addentrando in un luogo privo di vita. Umana, almeno.

E ai giornalisti con cui ho parlato, che ci ricordano forti e gentili, sempre schiene dritte e fronti alte, ho dovuto spiegare che no, quest’anno venendo in città la troveranno uguale, ma diversa. Che ormai, siamo diversi noi. Degli antichi fuochi troveranno resti di cenere. E magari, sotto la cenere, qualche tizzone ancora ardente.

Questa è L’Aquila oggi, ai miei occhi. Anno II d.T.

 

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YES, WE CAN

16 01 2011

Non posso fare a meno di ammetterlo: è una battaglia al ribasso.

Ma ogni volta me ne accorgo sempre di più;  come stamattina, ad esempio. L’ho trascorsa in giro in centro, incontrando finalmente un po’ di volti familiari, anche se di persone che non conosco direttamente. Quei volti cercavano come me e la mia ragazza, uno scorcio di normalità nel mezzo del disastro.

Un po’ come gli Haitiani, che continuano da un anno a circolare per le strade di Port au Prince: hanno accantonato le macerie da un lato, e vivono nel loro mondo. Che non è più quello di prima, ma è senz’altro il LORO angolo di mondo. Casa loro. E forse davvero, tanto può bastare per tirare avanti, nel frattempo.

Faccio l’elenco degli esercizi commerciali che hanno riaperto nel centro storico. Considerate che fino al giorno prima del terremoto erano in 700; giusto per comprendere le proporzioni e quanto la soddisfazione di oggi possa sembrare a me stesso per primo, assurda.

PIAZZA DUOMO

- Bar storico Caffè Nurzia

- Bar Florida

- un gioielliere, del quale non ricordo il nome.

- un ottico, idem come sopra: non sono mai stato loro cliente.

 

CORSO FEDERICO II

- Nero Caffè, nuovo bar aperto lì dove un tempo c’era la profumeria Limoni.

- Bar Corso

CORSO VITTORIO EMANUELE

- Tezenis

- Bar Maccarrone. Questo lo ricordo anche se non sono mai stato suo cliente; si rifiutò, quando avevo più o meno 12 anni di darmi un bicchiere d’acqua. La sua risposta fu: ” ci sono tante fontanelle”. Mi dicono si rifiutasse anche di far usare agli avventori paganti il suo bagno. Chissà come si regola oggi, che di fontanelle non c’è più manco l’ombra e che dei Sebach che prima abbondavano non è rimasta nemmeno la puzza.

 

VIA LEOSINI

- Percorsi di gusto: un ottimo e minimalista ristorante moderno a due passi dalle rovine di Santa Maria Paganica. La proprietaria è una sommelier molto brava. Ha un’ottima cantina e cucina divinamente. Costa cara, ma è sempre pieno.

 

-Macelleria della quale non ricordo il nome.

 

ViA GARIBALDI

- Pasticceria Manieri. Stamattina ho preso lì un vassoio di paste

- Un nuovo  “lounge bar”  del quale non ricordo il nome.

 

PIAZZA SANTA ELISABETTA

- Ju Boss. Il primo a riaprire, l’8/12/2009. Cantina storica, ha resistito a 3 terremoti distruttivi. L’acqua fracica i ponti, è proprio vero.

-Malacoda, nuovo bar gestito da ragazzi.

-Tabaccheria

 

FONTANA LUMINOSA:

- Edicola.

 

E questo è tutto. 16 esercizi commerciali hanno riaperto in tutto il centro.

E tanto mi è bastato per farmi pensare una cosa semplice semplice, che mi pare anche piuttosto ragionevole: questi sono pazzi, sono eroi?

O fanno semplicemente ciò che è più utile a darci una concreta possibilità (oltre che speranza) di farcela?

Dico sul serio. Per quanto si tratti di piccolissime oasi in un centro ancora immobile, puntellato e sgocciolante al disgelo di ogni mattina, queste 16 attività commerciali mi consentono di andare in centro a fare una passeggiata e trovarci forme di vita. Di cenare, persino. A costo di doverlo fare per i prossimi 15 anni io ho il diritto di farlo e la legittima, credo, aspirazione a voler andare in questa direzione.

Ognuno di questi locali ha riaperto all’interno di edifici non ancora ristrutturati e danneggiati nemmeno poi leggermente dal terremoto. Semplicemente, sussistono le minime condizioni di sicurezza per essere aperti al pubblico.

Tutti quelli che hanno la possibilità di ritornare in centro, devono essere messi in condizioni di farlo. Anche se ai piani superiori continuerà ad esserci un cantiere, e magari qualche lesione puntellata noi dobbiamo poter vivere anche così il nostro centro storico.

Di questo il Comune e tutti gli altri addetti alla ricostruzione devono farsi carico. Altrimenti, davvero, cosa ci stanno a fare.

Mi rendo conto che può essere ben poca cosa, specie per chi in centro ci ha abitato fino al 6 aprile. Ma nutro la speranza che un compromesso temporaneo del genere sia possibile, oltre che utile a non far dimenticare cosa stiamo aspettando di riabbracciare, riabitare e ritrovare un giorno infiocchettato per la riapertura definitiva.

E’ bastato un cappuccino da Nurzia, un vassoio di paste ed un giornale comprato dall’unica edicola aperta in tutto il centro a farmi credere che così potremmo tollerare le intollerabili lungaggini di una ricostruzione che ancora oggi non tocca nemmeno la periferia della città

E’ bastato così poco, e mi sento quasi colpevolmente ottimista, per farmi dire per la prima volta una frase tanto di moda pochi mesi fa. Io che fino a sei mesi fa mi battevo per obiettivi molto più alti, che comunque non dimentico.

Yes, we can.

Dalle piccole cose può nascere una rivoluzione?

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PRIMO POST DELL’ANNO

5 01 2011

Primo post dell’anno. Manco da qui da un mese esatto, e stasera mi domandavo se avesse senso proseguire. Se è rimasto a passare da queste parti almeno qualcuno di voi abitudinari.

Nonostante tutto, credo ancora di sì, che comunque ne valga la pena. In fondo questo spazio rispecchia esattamente l’indole del sottoscritto. E non sono certo una persona costante, almeno non lo sono in tutto.

Ed ultimamente comincio ad avere una malata insofferenza al tema “ricostruzione”. Fa troppo scoraggiare la palude in cui siamo fermi. Come maiali sembriamo anche abituarci all’olezzo, insopportabile, del marciume che cresce per i vicoli della mia città. Quasi potessimo sguazzarci.

Siamo abituati anche a scorrere rendiconti sempre più “imboscati” di spese statali sempre più misteriose per baracconi amministrativi che nulla hanno fatto nel nostro interesse. Penso, ad esempio, alle centinaia di migliaia di Euro che quest’anno sono stati spesi per foraggiare la “Struttura tecnica di missione” dell’Aquila. E non posso fare a meno di domandarmi cosa cazzo abbia mai fatto di concreto per essere stata remunerata così lautamente la sua opera.

Dicevo, mi domandavo a cosa potesse servire mantenere in vita uno spazio così proprio quando ho ritenuto necessario testimoniare anche questo: il nulla. Nulla succede, nulla si fa, nessuno si indigna, la rivoluzione è sempre rimandata ad un altro momento. Vespa rimanda in onda le sue repliche su L’Aquila, sperando forse di replicare l’audience della prima volta, di quando il cadavere era ancora caldo. E qui sempre meno cose mi indignano al punto da farmi accendere persino il computer per rendervene conto.

Inizio l’anno nuovo testimoniando che qui non sta succedendo una cippa di nulla. E perciò nulla, a mio parere, merita d’essere scritto a riguardo con frequenza maggiore di quella che dimostro d’avere.

Questa mia inattività se non altro non costituisce ulteriore danno alle casse dell’ Erario.

Per di più, oggi, si è ripetuta la ormai storica fiera dell’Epifania per le strade del centro storico. In altri tempi le bancarelle, a migliaia, si disponevano attraverso tutto il centro storico portando da fuori quelle chincaglierie inutili,forse, ma che faceva piacere ritrovarsi a cercare puntualmente tutti gli anni. Stavolta, invece, molte meno bancarelle, sempre moltissime persone ( tutti che sembravano rincontrarsi dopo mesi, e tutti a domandarsi dove si trovano a vivere ora, come sta la loro casa, se sono rientrati, ecc…). Tutti in giro nella minima parte riaperta del centro città e tanta robaccia stesa al freddo boia che mi ha fatto perdere l’uso delle estremità fino a poco fa.

Una giornata piuttosto moscia, in un contesto che comincia a pesare, che chiude gli orizzonti anche ai più ottimisti.Gli oscuri presagi, del resto, campeggiavano sui giornali di oggi. Lo storico venditore di piadine che da anni rifocilla centinaia di avventori, stavolta non sarebbe stato presente. Pare lo abbiano bloccato a casa disguidi burocratici nella prenotazione del posto per il suo chiosco ambulante.

Onestamente mi pare che si siano perse ritualità ben più importanti di questa, nell’ ultimo periodo.

 

E con questo vi auguro un buon anno, amici.

A presto,spero. Magari ci sarà qualcosa da raccontare davvero.

(filmato di Francesco Paolucci)

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VENTIMESI

5 12 2010

"LA PERSISTENZA DELLA MEMORIA", 1931

Tanto, tantissimo tempo che non scrivo. E alla fine, ora che è notte e dovrei già dormire, uno sguardo è caduto sul calendario del mio computer. 6 Dicembre.

Un altro sei del mese. Un sei più in là, il ventesimo.

La storia si scrive e si sedimenta in anni, in secoli. Ma tutti fatti di infinitesimi giorni, ed io ho la sensazione di vivere guardando una clessidra che si lascia sfuggire grani di sabbia alla stessa impercettibile velocità, da appunto venti lunghissimi mesi.

Non una minima accelerazione, non un clamoroso intoppo che faccia sussultare anche i più restii a notare la realtà delle cose.

Capita per fortuna di rado, ma se ti fermi a rifletterci, astraendoti dalle quotidiane distrazioni, dalle quasi quotidiane, (fortunatamente) soddisfazioni hai la sensazione di trascorrere la vita in attesa che qualcosa succeda per davvero.

I primi sei mesi hai aspettato in un camper, ora aspetti in 40 metri quadri di una “casetta” non tua. Ma sempre di attesa si tratta.

Così domani, ancora un presidio della memoria, ancora un mesto rito. Ancora una dolorosa fiaccolata tra case distrutte, che distrutte restano, ancora.

Venti mesi, con la sensazione che ci si stia allontanando sempre più dalla normalità che avevamo, e non (purtroppo) che ci si stia avvicinando al punto di ritrovarla.

Venti mesi, altrove, sono un compleanno e un paio di vacanze in più.  Venti mesi, qui, fanno una vita.

Una vita che non ci siamo potuti scegliere,e che per un caso, ci è stata risparmiata.

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LA SECONDA CHE HO DETTO

21 11 2010

Ieri L’aquila ha chiamato l Italia. E tanta Italia, va detto, c’era.

Padova, Vicenza, Napoli, Roma. Ne ho sentite tante di voci e inflessioni, mentre sotto la pioggia portavo la carriola.

C’erano pure gli Aquilani. E c’era, tanta, tantissima pioggia. Inopportuna, inospitale, scortese; ha bagnato noi, le nostre bandiere, le nostre carriole e manifesti. Ha continuato ad inzuppare la nostra città, che si è mostrata nella sua crudezza ai visitatori venuti da fuori.

Il percorso è stato breve, lento. Ed io ero quasi in testa, con i miei amici in carriola. Mi hanno meravigliato gli applausi, i “bravi” gridati dai bordi delle strade, a noi che sfilavamo in carriola. Ho visto occhi commossi, il trasporto di un’emozione repentina, come un tuffo al cuore.

Immagino fosse l’emozione di chi ricorda quando le carriole per alcuni mesi sono state realtà quotidiana della nostra città. Quando, finalmente, in tanti siamo tornati ad essere una comunità che, unita, si liberava di un insopportabile fardello fangoso e doloroso. Rimuovere le macerie è stato senz’altro un atto terapeutico, oltre che “logisticamente” utile.

E in quegli occhi, vispi dietro le lacrime, che ci hanno salutati ho visto questo. Il ricordo di un momento migliore di quello che oggi stiamo vivendo. Un momento in cui tutti hanno potuto dare il loro contributo.

E’ di questo che abbiamo ancora bisogno. Di partecipare realmente alle cose che vanno fatte. E che nessuno, nessuno mai, ad eccezione dei cittadini Aquilani sembra disposto a fare.

Ho infilato una rosa bianca alle inferriate della Casa dello Studente,che dolorosamente resta ancora in piedi, mezza sana e mezza sventrata, ora che non c’è più bisogno che finga di proteggere qualcuno. Ho lasciato una rosa soltanto, e l’ ho lasciati lì per tutte le 309 vittime.

 

Scandire “L’A-qui-la! ,L’A-qui-la!” appena arrivati per le vie della zona rossa è stato come salutare la nostra città, avvertirla che eravamo lì per lei. Piazza Duomo era stracolma di gente. Immagino nella gran parte aquilani. Prima che cominciassero gli interventi dal palco non ho potuto fare a meno di guardarmi intorno, cercando un segno di vita dietro le finestre dei palazzi che avevodavanti. Non ce n’erano, ovviamente. E tutto questo stride e strideva terribilmente con le immagini di una piazza brulicante e piena di colori e suoni.

Mi sono sentito, solo allora, di nuovo terremotato. Come se realizzassi ancora, e da capo, cosa ci è successo.

Anche non volendo, anche cercando di conservare il ricordo di quello che era, la mente sembra adattarsi a tutto. Anche ad una città vuota, spenta, semi distrutta, con i tetti scoperchiati a non riparare più dalla pioggia.

Solo allora, ieri, in quel momento, ho rivisto quello che da troppo non vediamo più. Come se, improvvisamente, potessi risentire la voce di un parente ormai morto. Capita sempre che pur sforzandosi di non dimenticare, le voci non si ricordino più, i ricordi dei volti sbiadiscano, perdendo dettagli.

Eppure di tutto conserviamo una traccia, che può essere riportata alla luce. Ieri, quella traccia io l’ho ritrovata.

 

 

Questo vuole essere il segno di quanto, quasi due anni dopo, la situazione risulti drammatica, e pericolosa. Perché anche chi, come me, si è sempre battuto per la ricostruzione rischia di assuefarsi alla distruzione, al nulla, all’assenza di prospettive. Non so ancora se sia un fatto positivo e negativo, ma ieri pur avendo firmato per la legge d’iniziativa popolare non mi sono preoccupato affatto che non si riesca a raggiungere le 50.000 firme necessarie alla sua presentazione in Parlamento. Né di ascoltare gli interventi dal palco; né, tantomeno, di contestare quello ambiguo ed ambivalente che sarebbe arrivato con buona probabilità dal Sindaco. Non li ho voluti nemmeno ascoltare, e me ne sono andato prima che cominciassero. Ieri, ho voluto rivedere la mia città piena di gente e di vita.

Non so, dicevo, se sia un segno buono o cattivo; lo ritengo un segno di stanchezza, e dunque, propendo per la seconda opzione.

Ma tant’è.

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20 NOVEMBRE

7 11 2010

Se ripenso a quanto accadeva un anno fa, lo faccio pensando ad un periodo felice.

Nonostante il ricordo di una distruzione recente, dei disagi di una sistemazione provvisoria e fredda, lontana da tutto, nonostante non avessi ancora una laurea in tasca, nonostante tutto insomma io lo ricordo come un periodo felice.

Se non altro attivo, frenetico, brulicante, connotato dalla sete di rivalsa contro quanto nei mesi precedenti ci era piovuto addosso.

Oggi, vedo in quella gioia colma di speranza l’inesperienza di chi, ritrovatosi miracolosamente sopravvissuto, spera ancora che rialzarsi sia un processo rapido. Che basti uno scatto di reni, una scossa, l’ultima e collettiva, che possa riportare le cose sul giusto piano. Sulla via che meritava e merita una città come la nostra.

C’era l’operosità di chi si appresta a sferrare il colpo magistrale, e che lo immagina duro, durissimo, faticoso da organizzare, ma non contempla l’ipotesi “fallimento”. O meglio, l’ipotesi “rimbalzo”.

Rimbalzo, sì; perché noi tutti, e così io, allora non assaggiavamo ancora quello che tutt’oggi ci si staglia contro: il più odioso dei muri di gomma.

Quello eretto da sedicenti rappresentanti politici, che nulla rappresentano se non i loro interessi, e quelli delle loro logge, cricche, consorterie.

Quello eretto per coprire le macerie che un anno fa vi abbiamo mostrato, e che ancora lì giacciono.

Sono certo che in ognuno dei vostri luoghi di vita esista una prova tangibile della distanza siderale che ormai ci separa dalle forme locali o nazionali di Governo; ne sono sicuro così come sono certo che voi non avete avuto fino ad oggi la forza di riappropriavi di ciò che è vostro e nostro: il diritto di farcelo sapere, che anche voi avete ragioni di protesta.

E che come è già capitato a noi Aquilani, anche voi avete protestato molte più volte di quante non si sia saputo in giro. Sono sicuro che questo vi toglie la forza, vi fa perdere di vista l’obiettivo che all’inizio vi ha mosso.

Oggi sono stanco, sfiduciato, il muro di gomma non ha fatto male al fisico, ma all’animo sì. A 27 anni non si è abituati, forse, a sperimentare il fallimento di un buco nell’acqua. Buchi nell’acqua sono state le nostre manifestazioni, sul piano dei risultati ottenuti. Non sul piano mediatico, forse, ma non siamo mai riusciti a raddrizzare tutto quello che è nato storto dopo il 6 aprile.

Il giudizio vale per me, e fortunatamente non per tutti i miei concittadini.

Un po’ perché siamo in tanti,  un po’ perché le ragioni per far sentire la nostra voce le troviamo quotidianamente davanti ai nostri occhi nelle forme più disparate, e molto perché non abbiamo davvero più nulla da perdere, L’Aquila torna a farsi sentire.

Come epicentro delle vostre e nostre crisi, dei vostri e nostri crolli, delle nostre macerie fisiche e delle “loro” macerie morali, L’Aquila vi fa un appello accorato. Invadeteci.

Fatelo il 20 Novembre.  Alle 14:00 partirà un corteo per le vie della città, e per un giorno torneremo a fare cronaca e notizia, sempre che il “muro” non ci rimbalzi una seconda volta, quando il 16 Giugno 2010 in 20.000 invademmo l’autostrada e voi non l’avete nemmeno saputo.

Venite vedere cosa c’è da queste parti, pare che saremo in tanti. Almeno lo speriamo; la posta in gioco è alta. E noi non abbiamo più nulla da perdere.

Personalmente, ci vado perché non posso non andarci. Perché lo devo alla mia città, al bene che le voglio, al desiderio che ho di riconoscermi in un Paese che oggi mi fa schifo, e domani dovrebbe rendermi orgoglioso. Ma dobbiamo metterci in gioco tutti, ché nulla piove dall’alto, e i miracoli non avvengono. Nè mai sono avvenuti.

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